Zola Jesus, ovvero: vita nei boschi

15 nov. – Zola Jesus torna a Bologna per presentare Okovi, il suo nuovo album uscito lo scorso 8 settembre per Sacred Bones, un disco nel quale Nika Roza Danilova elabora una profonda meditazione sulla perdita e sulla riconciliazione. Abbiamo incontrato l’artista statunitense in occasione del suo live al Locomotiv per parlare del suo nuovo lavoro e delle circostanze – molto malinconiche – nelle quali questo album ha preso forma.

Okovi è nato quando hai deciso di tornare a casa, trasferendoti nelle foreste di Merrill, Wisconsin, costruendoti una casa nel bosco all’interno della proprietà della famiglia. Come mai hai deciso di trasferirti nella natura selvaggia?
Avevo un grande bisogno di stabilità nella mia vita: quando vivevo a Seattle mi sentivo molto triste e non riuscivo né a scrivere né a concentrarmi. Mi sentivo molto distante dalla mia famiglia. Ho deciso perciò di tornare a casa e costruire questa casa per darmi una sorta di struttura all’interno del caos che è presente nella vita di un musicista. Ciò mi ha aiutato a scrivere e mi ha ispirato.

Si tratta di un disco abbastanza triste, in cui si parla spesso di depressione, di perdita: in quali circostanze è nato questo album?
È un disco molto personale, è nato in un momento molto difficile in cui stavo attraversando un periodo di depressione e di traumi per le persone intorno a me. Non è tanto la depressione ad aver ispirato la musica, la musica è stata lo sbocco per un periodo difficile ed un modo per liberarmi.

“Witness”, uno dei brani contenuti nel disco, è una canzone che parla di suicido. Quanto è difficile esporsi così tanto e parlare di questi temi nella tua musica?
È una tragedia molto intima che è avvenuta nella mia vita: un membro della mia famiglia ha tentato il suicidio. In quel momento, non avendo la capacità di comunicare o incontrare questa persona, ho preso la decisione di scrivere questa canzone: è stata una sorta di sforzo di parlare con lui, raggiungerlo attraverso la musica. Mi sembrava l’unico modo di poter raggiungerlo in quel preciso momento. In seguito ho avuto modo di cantare la canzone davanti a lui, è venuto ad uno dei miei shows.

Tra i tanti “ritorni a casa” per te, con questo disco sei tornata alla tua vecchia etichetta, Sacred Bones, dopo aver pubblicato Taiga nel 2014 con Mute. Come mai hai preso questa decisione?
È stata una decisione abbastanza veloce e semplice, quando è uscito Taiga ero curiosa di provare un’altra label, ma mi sono accorta che Sacred Bones era per me molto più di mero business – era la mia famiglia, in un certo senso. È sempre stata una collaborazione artistica, è stato molto semplice per me capire che è quella la casa a cui appartengo. Per quanto sia stato bello lavorare con Mute, avevo già la mia casa, e Sacred Bones c’era stata per me sin dall’inizio.

Cosa significa Okovi, il titolo di questo album?
“Okovi” è una parola che significa catene in pressoché ogni lingua slava: volevo usare questa traduzione come unione della mia storia familiare – che affonda le radici in Russia e nell’Europa orientale. Inoltre ho trovato interessante il fatto che così tante lingue condividano questa parola. Infatti non importa dove vai, avrai sempre delle catene: è qualcosa che ho realizzato ed imparato ad accettare mentre realizzavo questo disco. Siamo tutti incatenati a qualcosa – non importa cosa ti sta trattenendo o ti sta pressando, è diverso per ciascuno di noi, alla fine condividiamo tutti la presenza di questi ostacoli.

Questo album vede per la prima volta la presenza di una chitarra e di un quartetto d’archi nella tua musica.
Sì, con questo disco ho cercato di prendere un’altra direzione fin dall’inizio: non mi sono interessata alla produzione all’inizio, volevo che le canzoni si reggessero sulle proprie gambe. Da qui l’idea della chitarra. L’idea del quartetto d’archi è nata perché volevo aggiungere una sonorità senza tempo. In seguito ho iniziato a lavorare sulla texture della chitarra, uno strumento che ha una dinamica incredibile, ed è stato molto emozionante lavorare su questi suoni.

In quale modo la natura intorno a te ha influenzato il disco? Vivere nei boschi ti ha insegnato molto?
Certo. Addirittura in alcune canzoni sono presenti dei sample di pioggia che ho registrato in mezzo ai boschi; quindi c’è addirittura traccia nelle canzoni dell’influenza che quei luoghi hanno avuto sulla mia musica. Stare in mezzo alla natura mi fa sentire – non voglio spingermi a dire in pace, ma sicuramente molto connessa: molto connessa con l’ambiente circostante, innanzitutto. Le canzoni sono venute fuori molto pure perché ero costantemente da sola nei boschi, e non in mezzo alla società.

Attualmente ti trovi qui in Italia, nel bel mezzo di un tour di oltre 50 date. Come hai vissuto questo distacco dalla solitudine dei boschi?
Essere in tour è molto diverso. Si tratta di uno stile di vita completamente opposto: ritornare nell’altra vita può essere difficile, ma è qualcosa che a questo punto ho imparato a gestire. Ci sono due mondi diversi nei quali vivo.

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