Una vita intera sempre in due: Carl Brave x Franco 126 ad Afa

 

19 lug. – “Noi abbiamo sempre puntato tutto sulla nostra musica: nonostante tante sconfitte siamo stati caparbi. Se credi in una cosa con tutto te stesso, alla fine ce la puoi fare”. Carl Brave e Franco 126 fino a pochi mesi fa erano rispettivamente un fonico ed un tecnico telefonico: stasera sono a Bologna per il primo concerto in città della loro carriera, destinato ad essere l’ennesimo sold out di questa estate. L’esordio Polaroid, pubblicato mano a mano su una playlist di Youtube nel corso di diversi mesi lo scorso inverno ed oggetto di un contagioso passaparola via Internet, è stato rilasciato a maggio su disco dall’etichetta pigliatutto romana Bomba Dischi, a suggello di una fama che oramai valicava largamente i confini capitolini: “Avevamo già una certa età, eravamo pure nel bel mezzo di un periodo di crisi per noi. Siamo felicissimi di avercela fatta”.

Le 10 Polaroid scattate dal duo hanno messo d’accordo pubblico e critica, una rarità di questi tempi: “L’idea delle Polaroid è venuta molto spontaneamente. Quando abbiamo scritto “Solo Guai” ci siamo chiesti: questo che pezzo è? È un pezzo per immagini”, hanno raccontato i due romani ai microfoni di Afa. “Non avendo un grafico, abbiamo pensato: ‘ci starebbe bene una polaroid come copertina‘. I pezzi li abbiamo pubblicati mano a mano che li facevamo, e questo secondo me ha dato concretezza e corpo a questo disco”.

Carl Brave e Franco 126 fanno entrambi parte del collettivo 126, che annovera – fra gli altri – anche Ketama126 e diversi altri artisti trasteverini. “Noi ci conosciamo da un sacco di tempo; prima abbiamo stretto un rapporto di amicizia, poi abbiamo iniziato a fare musica insieme. Siamo tutti e due di Trastevere, che è un posto nel quale si fa ancora vita di quartiere. Siamo convinti che si debba fare musica con persone con cui c’è un rapporto umano, perché sennò c’è il rischio di snaturare un po’ la faccenda”. Il 126, numero che dà il nome alla lovegang capitolina, ha una storia decisamente curiosa: “C’è questa scalinata a Trastevere, la Scala del Tamburino, che ha 126 gradini. Noi stavamo sempre lì da pischelletti, è stato il nostro punto di ritrovo a partire da quando avevamo quattordici anni, e ora è il ritrovo anche per nuove comitive di ragazzi.”

Molti li considerano indie-hip hop, una sorta di ibrido tra la scena underground romana (quella rappresentata da Coez, Contessa et similia, per intenderci) e la vecchia guardia, ovvero quella scena ancora molto affezionata ai vecchi stilemi del rap italico, da DJ Gruff al primissimo Neffa. Loro di che genere si considerano? “La musica tendenzialmente non ha delle etichette, noi essenzialmente facciamo rap: quello è il nostro genere. Chiaramente è un po’ diverso da quello convenzionale”.

Carl Brave, nome d’arte di Carlo Luigi Coraggio, vanta anche un passato da producer di elettronica: “All’inizio ero molto fissato con techno, electro: per arrivare al sound di questo album ho cercato di passare un po’ da tutti i generi”. Carlo è infatti il produttore di tutti i brani dell’album. In esso sono presenti sonorità abbastanza atipiche per un disco hip hop: sassofono (suonato dal padre di Ketama126), violoncello, chitarre elettriche. Un’attitudine che viene riproposta fedelmente live: “Il disco è completamente suonato: perciò volevamo portare in giro uno show più completo, con la band e i musicisti, scostandoci ancora di più dal classico concerto trap col DJ e le basi. Sfruttiamo questa componente umana dal vivo, e questo ci dà una grande mano”.

A proposito di trap: cosa ne pensano i ragazzi dell’attuale scena italiana? “Abbiamo fatto anche noi un disco trap l’anno scorso, che fortunatamente non è mai uscito. La trap ci piace, però ha questo problemino: devi sempre parlare di soldi, di puttane, eccetera… Noi abbiamo scelto un’altra strada: la nostra musica ha tematiche più varie, più aperte: eravamo interessati a parlare più di noi stessi”.

Un disco in cui parlano di loro stessi, nel loro dialetto. “Il romano è importante, noi alla fine parliamo così: è caratteristico e spontaneo. Non credo sia un ostacolo al giorno d’oggi: se non capisci le parole ti guardi i testi su Genius, non ci sono problemi. Gente come Liberato in questi mesi sta facendo il botto: lui parla napoletano, magari non capisci niente di quello che dice, però la musica spacca ed alla fine arriva lo stesso. I pezzi di Polaroid parlano di noi: ed io ti parlo di me con la mia lingua”, concludono i ragazzi. “Il romano va sfruttato, è un bellissimo dialetto, molto simile all’italiano.”

Ascolta l’intervista a Carl Brave x Franco 126 a cura di Luca Jacoboni per Afa.

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