Un giorno voleremo per davvero. Intervista a Frah Quintale

Frah Quintale disegna a mano le copertine delle prime 500 copie di “Regardez moi

27 nov. – È la prima volta che riusciamo ad avere in onda, nei pomeriggi di Cotton Fioc, l’artista protagonista del nostro disco della settimanaè finalmente successo giovedì scorso quando ci ha raggiunto telefonicamente Frah Quintale, in città per il release party al Locomotiv del proprio debutto discografico.

Regardez Moi, questo il titolo dell’esordio del 28enne bresciano, era stato anticipato negli scorsi mesi da una playlist su Spotify in continuo aggiornamento, Lungolinea, contenente demo, provini, strumentali e messaggi vocali scambiati con i suoi amici. Per anni Francesco Servidei ha fatto parte del duo Fratelli Quintale, uno dei gruppi più apprezzati dell’underground rap italiano. Il suo primo album solista segue l’EP 2004 dell’anno scorso, ed è stato prodotto da Ceri (già al lavoro con Coez e Salmo) per Undamento, label milanese le cui pubblicazioni oscillano tra rap e indie.

Partiamo dal principio. Era il lontano 2006 in quel di Brescia, hai iniziato coi Fratelli Quintale.
Esatto, abbiamo fatto un tot. di dischi e mixtape assieme. Ai tempi facevamo un sacco di battle, di freestyle un po’ in giro per la Lombardia e per l’Italia. Abbiamo fatto un paio di dischi ufficiali, e poi abbiamo iniziato i progetti solisti: io ho fatto l’anno scorso un EP che si chiama 2004, uscito l’anno scorso, e stasera esce il mio primo disco ufficiale, Regardez Moi.

Sono cambiate tante cose da allora. Certo, le influenze rap rimangono, però il tuo suono da allora è molto cambiato.
Certo, i Fratelli erano rap underground. Rimangono le radici del progetto precedente, ma diciamo che sono uno di quelli a cui piace provare cose nuove e sperimentare. Si sente ancora la matrice dell’hip hop, ma ho cercato di renderlo un po’ più mio.

Quali sono le maggiori influenze che ti hanno traghettato dall’hip hop al pop?
Ho sempre avuto ascolti molto vari a dire la verità, l’hip hop era più un limite che mi ponevo prima. Un tempo non cantavo spesso, scrivevo proprio le strofe rap; col passare degli anni ho cercato di aggiungere delle parti cantate – oltre ai ritornelli che già facevo coi Quintale. Ho provato tanto, è stato un percorso abbastanza naturale.

Questo percorso, tra l’altro, ha preso forma con questa playlist: com’è nata l’idea di pubblicare mano a mano demo, provini, strumentali e messaggi vocali?
È nata per caso. Io stavo lavorando da un anno e mezzo in studio, e oltre all’EP avevo fatto un sacco di provini: avevo un sacco di materiale extra, strofe o pezzi non finiti. Un giorno ho provato a registrare dei messaggi vocali da Whatsapp sopra ad una strumentale che non avevo utilizzato: mi piaceva l’idea dello skit anni 90. Ci siamo accorti che era un’idea che funzionava, e ci è venuto in mente di farlo a puntate, creando un canale apposta su Spotify per caricare questi contenuti extra che avevamo in archivio. La playlist ci è sembrata un modo nuovo e carino per farlo, per cui abbiamo fatto questa cosa di Lungolinea.

Ti sei occupato a 360° di tutti gli aspetti relativi al progetto: grafiche, promozione, video, comunicazione…
Ho sempre fatto le cose con i mezzi che avevo; il fatto di avere una determinata ricerca mia, anche su un aspetto più visivo del progetto, è qualcosa che mi piace fare da sempre. È un attitudine abbastanza underground, ma rende il progetto molto più personale: a lavoro finito, preferisco occuparmene io piuttosto che dare il lavoro in mano a qualcuno che magari poi crea qualcosa che non mi convince al 100%. Alla fine queste cose in qualche modo le so fare, per cui unisco l’utile al dilettevole.

Il disco è prodotto da Ceri: chi si occupa tra voi della composizione vera e propria dei brani?
Diciamo che ci passiamo un po’ la palla: alcuni brani nascono da un’idea mia – che ho una conoscenza ad un livello molto basilare di Logic – poi Ceri mi dà una mano e tira fuori l’anima del pezzo quando capisce dove voglio arrivare. Laddove io non ho le capacità e i mezzi per farlo, lui è più tecnico. Altre volte, in maniera più classica, lui arriva in studio con uno strumentale ed io scrivo sopra la base.

Ceri ha lavorato anche con Coez, un artista con cui hai collaborato in passato ed al quale molti ti paragonano.
Veniamo entrambi dalla stessa label, è anche normale fare dei parallelismi. Abbiamo una visione simile della musica, soprattutto per quanto concerne il farcela da soli ed imporsi senza seguire un filone più grosso o appoggiarsi alle major. Mi riferisco a coltivarsi i propri fan, creare uno zoccolo duro diciamo.

Hai visto Frank? Perché la testona di cartapesta che si vede nei tuoi video ricorda un po’ quella del protagonista di quel film.
Sì, l’avevo visto un paio di anni fa. Avevo fatto delle copertine a mano per il mio vecchio EP 2004, e disegnavo sempre la caricatura della mia faccia. Quando ho iniziato questo progetto nuovo vorrei rendere questa maschera vera: ho cercato su internet dei tutorial per costruire maschere e ne è uscita quella roba lì. Sapevo che il riferimento sarebbe stato molto chiaro.

Ascolta il resto dell’intervista a Francesco Servidei ai microfoni di Cotton Fioc.

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