The new normal, torna il Primavera Sound Festival!

      Marta Pallares-PRIMAVERA SOUND2019

Barcellona, 15 aprile –  Come ogni anno arriva la bella stagione, e torna il Primavera Sound Festival, che rappresenta, per varietà di generi musicali, un appuntamento fisso per migliaia di appassionati. L’edizione 2019 presenta delle importanti novità, a partire dal concept che struttura la line-up: “The new Normal” è il messaggio con cui gli organizzatori hanno deciso di presentare gli artisti, che saranno di egual numero tra uomini e donne. Noi abbiamo avuto il piacere di intervistare Marta Pallares, con cui abbiamo parlato di questo e di molto altro.

Cosa vuol dire essere normale per un festival e di cos’è fatta questa “nuova normalità”?

“The New Normal” per noi è che possano convivere in totale normalità (e tranquillità) molti tipi di musica diversi: l’indie più tradizionale con il reggaeton, l’hip hop, con il rock tradizionale! Che possano convivere in tutta tranquillità in un cartellone dove ci sia il 50% di donne e il 50% di uomini, perché questa è la realtà nella quale viviamo, perché questa è la musica che ci piace e perché realmente il 2018 è stato un anno nel quale la musica che ci ha appassionato qui al Primavera Sound è stata fatta tanto da uomini quanto da donne. Una normalità nella quale i canoni secondo cui vengono definiti e scelti gli headliner non siano così “ristretti”: possiamo avere una donna di colore che fa hip hop o un gruppo di uomini caucasici che fanno rock psichedelico… è un concetto che ingloba molte cose diverse che vanno tanto dalla razza all’identità sessuale, così come al genere sessuale e al genere di musica che fai.

In un cartellone che spazia “dal metal più estremo al reggaeton, passando dal pop, l’hip hop, il jazz, l’elettronica sperimentale, la trap e il canonico indie rock” non si rischia che per voler accontentare tutti non si accontenti nessuno o, peggio, che si creino all’interno del festival delle bolle incomunicanti tra loro?

Possiamo dire che il Primavera Sound è un festival di festival… se vuoi partecipare a un festival di musica elettronica puoi andare nella zona di Primavera Beats e quella sarà la zona dove ti troverai a passare la maggior parte dei tre giorni. E’ un festival che se vuoi vedere concerti di rock “classico” ci sono almeno 10/12 concerti ogni giorno che seguono questa linea ed è anche un festival che se vuoi lasciarti sorprendere è molto facile farlo! Se fosse un festival più piccolo, non lo so, faccio per dire, con venti concerti e non avessero niente a che vedere l’uno con l’altro, potrebbe essere in effetti un po’ sorprendente l’effetto finale però con un festival dove ci sono 230 artisti alla fine se tracci un determinato itinerario ritrovi una certa coerenza. Il Primavera Sound del 2019 è un festival che si poteva fare solamente nel 2019: se guardi il cartellone di quest’anno è chiarissimo che è un festival del 2019. Abbiamo diversi gruppi e artisti che sono venuti anche altri anni, come i Deerhunter o Solange, ma è evidente che è un festival pensato in base alla musica che si fa in questo periodo: crediamo che tutto abbia un certo senso e che fa appello a diversi tipi di sensibilità. Una di queste sensibilità è che chi partecipa al Primavera Sound, di base, è una persona curiosa, con 2 o 3 preferiti del giorno che poi vuole scoprire nuove sonorità, nuove realtà, nuovi generi. Se così non fosse possibile penso che smetteremmo di essere noi stessi.

Parlando di festival “da 2019” che non poteva non essere che “da 2019” quest’anno il 50% del cartellone finalmente è fatto da donne; nonostante l’impegno del Primavera nel corso degli anni a favore del movimento femminista, perché secondo lei prima non era così?
Per essere onesti potrebbe essere anche che questa line-up possa essere vista come un “mea culpa”, potremmo averlo fatto prima! Non siamo alieni a un certo meccanismo dell’industria che finora abbiamo vissuto dando troppo le spalle al talento femminile; forse perché ci faceva paura fare una line-up nella quale cambiare quale fosse l’idea di chi sia un headliner e chi non lo sia ed è certo che nel corso di questi ultimi anni è sempre più normale trovare donne che fanno musica. Alla tua domanda “si sarebbe potuto fare questo nel 2006?” rispondo che sicuramente non sarebbe stato possibile; alla domanda se si sarebbe potuto fare nel 2018 rispondo che sì, sarebbe stato possibile. Certo, nel 2018 abbiamo avuto una percentuale più alta di donne rispetto a quella che avevano in altri festival: tra il 30 e il 35% e su uno dei due palchi principali nella giornata di sabato c’è stata una totalità di artiste donne. Questo per dimostrare che l’anno scorso abbiamo iniziato a renderci maggiormente conto di questo fatto: quando abbiamo iniziato a lavorare alla line-up di quest’anno non sapevamo se ne saremmo usciti vittoriosi però quest’anno è stato un anno magnifico per la musica fatta dalle donne! Se guardate le classifiche delle migliori realtà che sono state realizzate lo scorso anno (potete scegliere il media che volete: dalla BBC a Pitchfork) 7 o 8 dei 10 migliori album sono fatti da donne. Quello che proviamo a fare tutti gli anni è portare il meglio di quello che è stato fatto nell’anno precedente e se, evidentemente, questo corrisponde anche a un movimento di maggiore consolidamento della figura della donna in ambito musicale… molto meglio! Non l’abbiamo vissuta come necessità di coprire una quota ma come una questione di gusto del dipartimento di booking e una sensibilità che condividiamo tutti, nella quale un gruppo come Christine and the Queen o artiste come Robyn o Janelle Monae hanno fatto alcuni dei migliori dischi del 2018, quindi non potevamo non farle venire qui da noi, no?

Cosa vi ha portato ad aprire le porte anche a un genere tradizionalmente lontano dal pubblico del Primavera, come il reggaeton? Non vede un rischio di conflitto tra le aspirazioni del festival a essere un luogo di parità, di rispetto delle diversità e allo stesso tempo dare largo spazio a generi come reggaeton e trap dove il rischio di avere contenuti machisti, o che comunicano violenza verso le donne, è molto alto?

Credo che qui ci siano due dibattiti differenti… partendo da quello legato al reggaeton, l’artista principale di reggaeton che portiamo quest’anno è J Balvin, che non ha mai fatto una canzone così… certo, diverso è se parliamo del genere, ovvio. Parlando del tema in generale però a questo punto dovremmo domandarci se non dovremmo fare questo discorso anche per il rock: ci sono, nel rock più classico, delle canzoni fastidiosamente maschiliste però nessuno (o quasi) ci fa poi così tanto caso. Qui c’è una questione quindi di classismo, dove c’è una doppia maniera di valutare le cose: molta gente che “bazzica” maggiormente ambienti rock e indie dice che il reggaeton è maschilista, in realtà però magari stiamo guardando dall’alto in basso, da un punto di vista europeo che guarda dall’alto in basso il mondo latino americano. Quando invece al contrario nessuno si mette a questionare sul discorso al contrario: alcune canzoni di Guns’n’Roses o degli ACDC (faccio nomi a caso, eh!) hanno dei testi assolutamente maschilisti! Dunque dovremmo guardare tutti dentro la stessa scala di giudizio, nella mia opinione: nel caso di J Balvin non è un artista che io reputo maschilista! Se stiamo parlando del genere in generale… sfortunatamente di canzoni maschiliste ogni genere musicale ne ha a bizzeffe! Se poi vogliamo dirla tutta, negli anni passati, nessuno ci ha detto nulla a proposito delle artiste donne quando erano bianche: nessuno ha detto nulla a proposito della presenza di Bjork o di Lorde come maggiori headliner dello scorso anno! Però quando stiamo parlando di donne di un’altra razza si applicano parametri differenti… perché? Tra tutti dovremmo rivalutare i nostri valori e vedere perché sosteniamo alcune teorie quando si tratta di criticare un cartellone: se sono motivi reali o se c’è qualcos’altro sotto!

Avete in mente azioni specifiche per contrastare il problema delle molestie all’interno del festival, come negli anni scorsi?
Faremo un programma che non sarà solo come quello dello scorso anno, ma che sarà più ampio: mentre noi stiamo parlando adesso, ci sono delle colleghe che stanno lavorando al programma definitivo. L’anno scorso ci siamo uniti a un’iniziativa collettiva dell’Ajuntament di Barcellona e di altri festival, che si chiamava “No Callem” e che noi abbiamo implementato, ma che era una iniziativa collettiva. Quest’anno vedendo come ha funzionato lo scorso anno ed essendo soddisfatti dei risultati e avendo un coinvolgimento speciale con il tema dell’uguaglianza di genere, abbiamo deciso che continueremo a implementare le stesse iniziative per contrastare e azzerare le molestie in spazi di movida notturna e vogliamo aggiungere anche delle iniziative che non saranno in condivisione con l’ajuntament della città, ma che saranno proprie e interne alla nostra organizzazione.

Quale si aspetta sia la risposta degli altri festival a livello internazionale?

Non siamo qui per accusare nessuno, né per criticare nessuno: ovviamente che ci siano sempre più festival che sposino la causa e lavorino per un miglioramento della situazione è ottimale per tutte. Non sappiamo se la nostra scelta cambierà effettivamente le cose, però sì, abbiamo iniziato a vedere una certa reazione: crediamo che il fatto che ci siano così tanti media internazionali, come nel vostro caso, che ne stanno parlando, facendo attenzione a quello che stiamo facendo qui fa che come minimo altri festival non possano dire che non sapevano, che non si erano resi conto, che non pensavano che questo fosse un tema da affrontare. Il fatto che ci sia qualcuno che stia trattando il tema rende impossibile per gli altri fare orecchie da mercante ed è anche certo che dentro un’iniziativa a livello globale già in moltissimi stavano facendo attenzione a una tematica di questo tipo: ci sono moltissime iniziative che utilizzano i social per denunciare casi di disparità di genere plateali già da molto tempo. Ci sono tantissime associazioni e organizzazioni che da anni chiedono che ci siano più donne all’interno di festival e iniziative musicali: crediamo che anche noi stiamo dando il nostro piccolo contributo spostando il nostro piccolo granello di sabbia, che forse non è poi così piccolo! Sui festival di quest’anno, visti i tempi molto lunghi delle trattative di booking, può essere che non si veda questo gran cambiamento perché hanno già i loro cartelloni organizzati, ma penso che dal 2020 si potrà vedere se realmente altri organizzatori si sono resi conto dell’importanza che ha questa tematica e che non possiamo continuare a dare le spalle alla realtà assoluta che noi donne stiamo facendo musica e anche musica molto molto buona! Così, se qualcuno tornerà a realizzare un festival dove ci sono gli stessi uomini di sempre ormai non potrà più essere che si giustifichi dicendo che non ci sono donne che fanno musica, perché ce ne sono eccome… un altro discorso è che non si vogliano mettere in cartellone! Come minimo la scusa “è che non ci sono donne da chiamare!” credo non potrà mai più essere utilizzata a partire da ora.

Qui l’intervista integrale di Massimiliano Colletti con Marta Pallares, con la traduzione di Chiara Colasanti.

      Marta Pallares-PRIMAVERA SOUND2019

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