Salute mentale. A Bologna si lega ancora. “Ma l’obiettivo è la contenzione zero”

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Foto flickr Art Crimes – CC BY-NC-ND 2.0

Bologna, 1 giu. – La cattiva notizia è che a Bologna si lega ancora. La buona è che lo si fa sempre di meno, e che l’Ausl è al lavoro per arrivare alla cosiddetta “contenzione zero”. I tempi? Per ora nessuno ha stabilito una data, ma l’idea è quella di provare a centrare l’obiettivo già entro il 2015.

Il tema è quello spinoso della contenzione nei reparti ospedalieri che si occupano di salute mentale: i cosiddetti Spdc, sigla che sta per “Servizio psichiatrico di diagnosi e cura”. Sul territorio bolognese di Spdc ce ne sono tre: uno a San Giovanni in Persiceto e gli altri due negli ospedali cittadini, Sant’Orsola-Malpighi e Maggiore. I posti letto in ciascun Spdc sono 15. Chi entra nei reparti? Pazienti che chiedono volontariamente di essere ricoverati, e pazienti che vengono inviati nel reparto tramite Tso. Solo nel reparto di diagnosi e cura dell’ospedale di San Giovanni in Persiceto non si pratica la contenzione, cioè non si immobilizzano al letto i ricoverati mediante fasce, sponde e altri accorgimenti meccanici. Negli altri due Spdc di Bologna la pratica della contenzione è invece presente.

Nel 2013 nei due reparti Spdc di Bologna città sono stati contenuti 40 pazienti: il 3% dei 1331 ospiti che in 12 mesi sono entrati e usciti dai due reparti. Una brusca diminuzione rispetto ai dati del 2012, quando le contenzioni sono state 120. “L’obiettivo – spiega Ivonne Donegani, direttrice dell’area centri di salute mentale del Dipartimento di salute mentale – è quello di arrivare a zero, magari già entro il 2015″. Per raggiungere il risultato l’Ausl di Bologna sta lavorando su due fronti. Da due anni il personale degli Spdc segue corsi di formazione su come affrontare l’aggressività delle persone con disturbi psichici, tenuto conto che la circolare regionale 16 del 2009 ha stabilito che la contenzione non può essere considerata in nessun caso una terapia, ma solo un procedimento estremo da usare in caso di emergenza, quando cioè il comportamento del paziente rappresenta un immediato pericolo per sé e per gli altri, e solo quando altri interventi siano risultati insufficienti. Poi c’è la questione dei pazienti che vengono inviati nei due Spdc di Bologna città, e invece non dovrebbero esserlo. Si tratta di circa la metà dei casi di contenzione verificatisi nel 2013. “La relazione è la via da seguire quando il disturbo è di tipo comportamentale – spiega Donegani – Ma ci sono dei casi dove la contenzione è obbligatoria, e questo succede quando il disturbo è sostenuto da una causa organica. Allora usare sistemi di contenimento è inevitabile. Pensi solo alle persone che arrivano alla stazione di Bologna e che vengono accompagnate al pronto soccorso in stati di confusione mentale dovuta ad abuso di sostanze o intossicazione acuta. L’approccio non è facile e c’è la tendenza, quando ci sono problematiche importanti, a chiedere il ricovero negli Spdc cittadini”. Cosa che però non dovrebbe succedere. Per risolvere il problema l’Ausl ha avviato un tavolo per ragionare sulla gestione delle situazioni comportamentali difficili da gestire nei reparti ospedalieri e fare in modo che non siano “scaricate” nei reparti Spdc. Il mischiare pazienti di “diverso” tipo dentro i due Spdc cittadini, ammette Donegani, potrebbe anche influenzare negativamente le pratiche del personale. “Uno degli aspetti è anche questo elemento, e questo certo spesso va a compromettere un percorso di maggior possibilità di non contenere”.

Perché a San Giovanni in Persiceto non c’è contenzione e a Bologna sì? Per Donegani i motivi della differenza tra Bologna città e San Giovanni sono due: una cultura della salute mentale in qualche misura differente, e una maggiore complessità sociale di Bologna che fa sì che i casi più difficili si concentrino in città, e non in periferia. “L’Spdc di San Giovanni – ha spiegato Donegani – è il più recente dei tre e le attività lì sono partite negli anni ’90 quando la cultura dei servizi rispetto al disturbo psichico era diversa”. “Se si lega ancora – ha spiegato Filippo Renda, ex dirigente dei servizi di salute mentale di Bologna – è perché manca una professionalità adeguata”. Nell’Spdc di San Giovanni, per scelta, non possono poi essere ricoverate persone in stato di confusione mentale, o di intossicazioni acuta, cosa che invece avviene ancora nei due reparti cittadini. “La situazione sociale a San Giovanni è in qualche modo più leggera. A Bologna da questo punto di vista c’è una difficoltà maggiore”, spiega Donegani.

I dati. C’è un problema legato alle pratiche, e poi c’è la questione della trasparenza. I dati sulle contenzioni non sono sono disponibili in rete e accessibili al pubblico. E anche richiedendoli si verrà sì a conoscenza del fatto che il tempo medio di permanenza negli Spdc di Bologna e provincia è di 7 giorni e 17 ore, ma nulla sulla durata media delle contenzioni. I protocolli operativi dell’Ausl prevedono che in caso di contenzioni superiori alle 24 ore si attivi un’audit interno, ma non è dato sapere se casi del genere si siano verificati in passato. L’Ausl sta però lavorando ad un sito internet, di prossima pubblicazione, per rendere pubblici una serie di dati sul tema. “Sarà un sito creato in condivisione con le associazioni dei familiari”, spiega Donegani.

La situazione in Italia. Gli Spdc di Bologna e provincia non sono un’eccezione. In tutto il paese nella maggioranza dei reparti di diagnosi e cura la contenzione è una pratica comune. In mancanza di dati recenti esiste una vecchia ricerca del 2008, citata da Pietro Cipriano nel suo libro “La fabbrica della cura mentale”. I dati dicono che 8 Spdc su 10 praticano la contenzione, a volte anche in maniera sistematica. Esiste però un ristretto club di reparti che non praticano in nessun caso la contenzione al letto, reparti che hanno deciso di “aprirsi” sostituendo la contenzione fisica con il contenimento psicologico attraverso la relazione. Tra questi c’è anche l’Spdc di San Giovanni in Persiceto. Secondo gli psichiatri che si rifanno all’esperienza di Basaglia la contenzione – e cioè il “legare” i pazienti – non sarebbe altro che un residuo delle vecchie pratiche manicomiali.

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