Sarathy Korwar e la musica delle migrazioni

4 apr. – Il percussionista e compositore Sarathy Korwar è un migrante: è nato negli Stati Uniti, è cresciuto in India, attualmente risiede da diversi anni a Londra. Lo scorso anno ha pubblicato il suo album d’esordio, Day To Day, su Ninja Tune, leggendaria etichetta londinese di elettronica e nu-jazz.

Sarathy è uno dei primi musicisti ad aver usufruito del programma dello Steve Reid Award, una sorta di borsa di studio per musicisti messa in palio dalla fondazione omonima, intitolata al celebre batterista jazz newyorchese: ciò ha fatto sì che il suo debutto avesse come mentori Four Tet, Gilles Peterson e Floating Points. “Non avrei mai immaginato che il mio primo disco uscisse su un’etichetta tanto importante”, racconta. “Four Tet ha mandato via e-mail il mio album a Ninja Tune, dicendo ‘Ascoltate questo disco!’. E quando Four Tet ti chiede di ascoltare un disco, solitamente gli dai una chance!”. Day To Day ha avuto una genesi davvero particolare. Sarathy, infatti, nel gennaio del 2015 è volato a Ratanpur, città dell’India centrale, con un’idea ambiziosa: “I Siddhi sono una comunità indiana che è migrata dall’Africa Orientale oltre un millennio fa, discendono dai Bantu: hanno una cultura incredibile, un approccio alla musica davvero unico”, spiega Sarathy, “essendo migranti, nel corso dei secoli si è venuta a creare una combinazione fra le influenze ritmiche africane, il folk indiano ed il sufismo. Sono entrato nelle loro case con un registratore Zoom H5 per catturare dei field recordings. In seguito sono andato in studio con alcuni dei ragazzi che sono qui con me oggi, e abbiamo incorporato quelle registrazioni ambientali all’interno di sessioni jazz improvvsisate.”

Detta così, però, l’opera di Korwar parrebbe essere meramente una meticolosa ricerca etnomusicologica, destinata per lo più ad un ascolto accademico. Il talentuosissimo Sarathy, invece, riesce a far fiorire in maniera così fluida e naturale le tante contaminazioni sonore da immergere l’ascoltatore in maniera totalizzante ed avvolgente nel cosmic jazz delle nove tracce dell’album, fondendo la ripetitività ipnotica dei canti sacri Siddhi, il groove dei beats africani, l’elettronica ed il linguaggio jazz.

 

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