“Non è mai una passeggiata”. Intervista a Rkomi

18 ott. – Lo scorso venerdì il rapper milanese Rkomi è passato in città per una delle prime date di presentazione di Io in terrauno degli album trap più chiacchierati dell’anno. Pubblicato lo scorso 8 settembre per Universall’album è stato accolto molto bene dalla critica e dal pubblico, restando in testa alla classifica Fimi dei dischi più venduti in Italia per un paio di settimane e conquistando il disco d’oro.
Poche ore prima del suo concerto sul palco del Locomotiv, Luca Jacoboni ha scambiato qualche chiacchiera con Mirko Martorana, facendo il punto sul suo nuovo album, la scena rap italiana e le difficoltà di salire sul palco da soli.

Noi siamo quasi coetanei, tu sei un ’94 ed io ho un anno meno di te: il tuo album, però, non è assolutamente quello che potremmo definire un lavoro giovanile. Quante volte ti sei sentito dire “sei ancora piccolo”?
In realtà, ti dico la verità: non tantissime volte. Non mi sono mai sentito piccolo nella situazione in cui ero; non vorrei sembrare egocentrico o arrogante. Devo dire che sì, il disco pare essere più maturo di quello che io stesso pensavo di poter fare.

Tu hai iniziato a 17 anni, giusto?
Sì, in maniera totalmente amatoriale. A 18 anni ho fatto uscire un mixtape, sempre comunque lavorando e portando avanti la mia musica, fino all’uscita di Dasein Sollen l’anno scorso – e da lì sono cambiate un po’ di cosette.

E poi è arrivato Io in terra, un album completo e corposo, ben 14 tracce. Quanto tempo è durata la gestazione del disco?
In realtà io stavo portando ancora avanti i live del tour vecchio, per cui il tempo vero e proprio che ho trascorso in studio è circa un mesetto e mezzo. Si parla comunque di un lavoro di sei mesi tra composizione e registrazione.

Qual è stato il brano più difficile da partorire?
Forse la seconda strofa di “Peaky Blinders”, che – ecco – può sembrare il pezzo più sempliciotto, e proprio per questo motivo mi ha reso la vita difficile. Devo dire, invece, che tutto il resto è uscito in modo molto naturale e spontaneo.

Si parla sempre delle tue influenze musicali oltreoceano, e mai della scena italiana. Chi senti di vicino a te nel nostro paese?
Allora, devo dire che ho avuto la fortuna – e in un certo senso mi sono guadagnato – il featuring nell’album degli artisti che rappresentano le mie due influenze più grosse, parlo di Noyz Narcos e Marracash. Sono state le colonne portanti di quando ero ragazzino. Poi ovviamente non posso trascurare anche Fibra e Gue Pequeño – ovviamente poi io ho sempre cercato di seguire tutto, mi tengo molto informato per sapere di cosa si sta parlando.

Per quanto concerne gli americani, chi nomineresti?
Un banalissimo Kendrick, un banalissimo Drake… Forse più di tutti J.Cole e Kendrick Lamar. Ultimamente ascolto molto rap francese, mi piace molto questo rapper Lomepal che è un giovanissimo, non ancora famosissimo, molto bravo sulle liriche. Un poetone.

Come ti approcci alla dimensione live? Tu affronti il pubblico da solo, a differenza di una band.
I primi sei mesi sono stati parecchio difficili per me: sentivo che mancava un po’ la parte dei concerti. Il primo mio live è stato con Ghali, quindi parliamo di un sacco di persone sotto al palco, quindi è stata abbastanza difficilotta all’inizio. Col tempo e con l’esperienza sto maturando parecchio, ora ho decisamente più controllo, più coscienza. Ad ogni modo, band o non band, non è mai una passeggiata. Una band mi poteva dare più sicurezza, un fratellone sul palco con me mi avrebbe abituato troppo bene: ora vedo che c’è questa sicurezza un po’ più guerriera dentro di me, che mi convince di aver preso la giusta decisione in passato.

Dove si posiziona Rkomi rispetto alla scena italiana odierna?
Sai che odio parecchio questa cosa di etichettare? Non lo so dove posso collocarmi, forse non è una domanda che va fatta a me che sono il diretto interessato, quello che a me piace ora della situazione in Italia giovanile è questa competitività giovanile e questo buttare fuori continuamente roba. Ci sono un sacco di giovani e di nomi nuovi, mi sento molto stimolato da questo.

Sei davvero soddisfatto di quello che hai ottenuto con questo album?
Non sono soddisfatto: ma non è una polemica, è un continuo crescere, come potrei essere soddisfatto adesso? Sono felice del mio disco, del mio lavoro, del mio operato. Soddisfatto? Spero di non esserlo nemmeno col prossimo album, sinceramente. Ho fatto del buon lavoro, ma devo ancora trovare quel pezzo in cui ho detto tutto: però questa la reputo una fortuna, nonostante il mio disco non sia vuoto, anzi. Ho parlato di tanto, nel mio disco, ma non l’ho fatto ancora come penso di poter fare.

Ascolta il podcast dell’intervista di Rkomi ai microfoni di Cotton Fioc.

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