Processo Black Monkey. Spuntano un agente dei servizi e nomi eccellenti

Bologna 14 nov. – Ha raccontato la sua storia personale e professionale, Giovanni Tizian, in un’aula letteralmente stracolma di pubblico per l’ennesima udienza, stamattina a Bologna, del processo Black Monkey. Dall’incendio del mobilificio del nonno, nel 1988 a Bovalino, nella Locride, perché irriducibile ai ricatti dei boss locali, e solo un anno più tardi dell’assassinio del padre Giuseppe per mano mafiosa, fino all’esodo della sua famiglia a Modena, dove il giornalista dell’Espresso ha mosso dal 2006 i primi passi della professione alla Gazzetta di Modena. Tizian è stato ascoltato come testimone del pubblico ministero nel processo che vede alla sbarra Nicola “Rocco” Femia – e altri 22 imputati -, ritenuto dai magistrati antimafia di Bologna a capo di un sodalizio mafioso impegnato nel business del gioco d’azzardo.

Attraverso le domande del pm Francesco Caleca prima e poi dell’avvocato Enza Rando, che patrocina Tizian in quanto costituitosi parte civile al processo, nonostante le opposizioni reiterate dagli avvocati della difesa ha potuto raccontare della sua attività di giornalista, delle tante inchieste sulla presenza dei clan in Emilia-Romagna, fino ai due articoli (nell’ottobre 2010 e nel dicembre 2011) che approfondivano gli interessi nel settore del gioco d’azzardo legale e illegale di esponenti di ‘ndrangheta e camorra, nell’ambito dell’indagine Medusa, citando in entrambi i casi lo stesso Femia. Ha parlato, quindi, tra gli sguardi emozionati dei tanti studenti che presidiavano l’aula e quelli attenti di Femia, ancora una volta seduto a fianco dei suoi avvocati, dei colpevoli mai individuati dell’assassinio di suo padre, del suo riconoscimento ufficiale – in corso – come vittima di mafia. Un racconto intenso e partecipato anche nella descrizione del momento in cui, il 22 dicembre 2011, a 5 giorni dall’ultimo articolo sull’azzardo in Emilia-Romagna, la Squadra Mobile di Modena gli comunica che era diventato persona esposta a rischio e che tempo mezz’ora sarebbe arrivata un’auto a prelevarlo. E poi le difficoltà di vivere sotto scorta, la mancanza della piena libertà , anche nel fare il proprio lavoro. “Prima conducevo le mie inchieste andando sul campo – ha spiegato – e parlando con tutti, ora tante fonti non se la sentono più”. Fino al trasferimento da Modena per andare a scrivere per l’Espresso.

Rispondendo ancora all’avvocato Rando (che assiste anche Libera come parte civile) Tizian ha inquadrato la sua situazione nel contesto più ampio dell’informazione in Italia, di un diritto messo spesso in crisi per esempio dalla realtà di circa 2000 giornalisti italiani minacciati negli ultimi 8 anni soprattutto dalla criminalità organizzata. Particolarmente intensa, quindi, la testimonianza di Tizian a proposito della telefonata che ha convinto gli investigatori a metterlo sotto protezione. “L’ho saputo solo il 23 gennaio 2013, quando avvengono gli arresti dell’operazione Black Monkey da parte della Guardia di Finanza coordinata dalla Dda di Bologna. Fino a quel momento avevo fatto solo ipotesi… ho fatto molte inchieste per la Gazzetta di Modena. Ascoltare l’audio di quella telefonata tra Torello e Femia – ha detto con tono drammatico e fermo -, ciò che Torello prospettava di fare (“O la smette o gli sparo in bocca”), mi ha colpito molto”. Una domanda dell’avvocato Rando ha provocato infine un certo trambusto nelle file degli avvocati della difesa. “Dott. Tizian, in riferimento al fatto di convincerla a non scrivere più su certi argomenti lei è mai stato contattato da tale Luca, di Modena… che si tratterebbe essere segretario di Carlo Giovanardi?”. Al secco “no” del giornalista è seguita l’opposizione rivolta al presidente della Corte da alcuni difensori degli imputati: “Presidente – hanno sottolineato -, si tratta dell’ex segretario…”.

Altrettanto importante, durante l’udienza, anche la testimonianza del maresciallo Basile del Gico, che per il pm ha ricostruito alcuni pedinamenti effettuati durante lo svolgimento dell’inchiesta Black Monkey. Tra le diverse operazioni realizzate, quella del 27 novembre 2010 “fu motivata  – ha spiegato Basile – da intercettazioni da cui capimmo che dopo un sequestro di una scheda per apparecchi di gioco a Torino, Femia doveva incontrare un soggetto appartenente alle istituzioni per risolvere il problema”. Di qui un complesso appostamento all’uscita del casello di Imola presso l’Hotel Mulino Rosso, dove Femia incontra il soggetto in questione. Nelle ore successive, questi viene identificato dagli uomini della Guardia di Finanza come Michele Busciolano, tenente colonnello dei berretti verdi ma soprattutto in attività per l’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna. Si, insomma, i servizi segreti.

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