Se la privacy non è un diritto è un prodotto

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Bologna, 14 mar. – “Siamo controllati”. E’ il ritornello che emerge tra le pieghe della rete a seguito del caso Snowden. E spuntano come funghi prodotti ed applicazioni per difendersi dall’Nsa. Un blackphone costa poco più di 600 dollari. “Ma è un normale telefono con Android e alcune applicazioni per la privacy” ci spiega Daniele Pizio, che di nuove tecnologie e movimenti sociali scrive su Il Manifesto. Il suo telefono, dopo “averci messo mano”, non ha nulla da invidiare ad un Blackphone. Ci sono applicazioni di cifratura dei messaggi, della memoria, delle chiamate, come RedPhone, TextSecure… alcune prodotte da aziende come Silent Cyrcle altre da collettivi, “crew” di programmatori. Se sempre di più siamo tracciati in rete e la privacy non è un diritto garantito sempre più esistono persone che sono disposte a pagare per averla e aziende che hanno trovato un nuovo mercato. 

Anche il successo di Telegram è legato al caso Prism. La ricerca di un’alternativa a Whatsapp, acquistata da Facebook, ha portato a un boom di 5 milioni di nuovi iscritti in un solo giorno sul sistema di messaggistica russo. A cosa serve navigare in modo cifrato nella rete? Daniele Pizio ci rigira il detto “se non ho nulla da nascondere non ho nulla da temere”: “Se sono onesto perché dovrei essere trasparente a tutto il mondo? Credo sia legittimo avere aree di intimità che non devono essere violate, men che meno da aziende di cui conosco poco o nulla”.

Se c’è chi la privacy la vende c’è anche chi ne fa da anni una battaglia politica, è il caso di Autistici/Inventati, il collettivo italiano che quest’estate è stato sommerso da richieste di iscrizione ai suoi servizi a seguito del caso Snowden. Facciamo il punto con Ginox, uno degli attivisti.

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Elisabetta Tola e Marco Boscolo sono assenti giustificati. Per sapere dove sono e cosa fanno, guardate qui agrobiodiversity.tumblr.com/

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