Primavera Sound 2014 – Day 2: Slint, la pioggia e…

Barcellona, 31 mag. – Il secondo giorno del Primavera Sound 2014 è quello delle scelte, più di altri. Bisogna decidere se puntare sulla sicurezza dei ritorni o sulla freschezza del nuovo che avanza, ma anche, banalmente, se rimanere sotto la pioggia o no. Ecco un riassunto parziale di quello che abbiamo visto e sentito ieri al festival.

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Junkfood, La Seca – Espai Brossa
Il quartetto strumentale si conferma come una delle più belle realtà italiane: la band ha presentato mesi fa il bel disco The Cold Summer of the Dead con uno showcase nei nostri studi e convince anche in un live intorno a mezzogiorno in una piccola sala teatrale del centro della città. Il pubblico, come è comprensibile, non è nutrito, ma rimane entusiasta dopo l’ottima performance del quartetto.

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John Grant, Heineken Stage
Il live del musicista che tanto amate e tanto amiamo inizia alle 1830, puntualissimo. Il temporale battente, che durerà un’oretta, comincia intorno alle 1840, giusto il tempo di fare suonare a Grant tre pezzi, tratti dall’ultimo Pale Green Ghosts e dal precedente Queen of Denmark. Il musicista scherza in perfetto spagnolo addossandosi la colpa della pioggia perché canta male (non è vero assolutamente). Il pubblico, finché resiste, è in visibilio. Chi vi scrive, dopo avere scattato qualche foto, si ripara nell’area stampa, fino a che due splendidi arcobaleni segnano il cielo di nuovo pulito. Si ricomincia.

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The Twilight Sad, Vice Stage
La band scozzese è finora in assoluto la più entusiasta ed emozionata tra quelle viste per essere nella line-up del Primavera: James Graham, alla voce, dà veramente tutto sul palco; guardando i suoi movimenti è facile ricollegarlo alla tradizione di quei frontman britannici energetici, un po’ istrioni e pieni di pathos, ma in fondo sinceri. Il set della band è compatto, sicuro e valorizza ancora di più alcuni brani che già convincono molto su disco.

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Sharon Van Etten, ATP Stage
Fresca del successo critico del suo quarto disco Are We There, pubblicato neanche una settimana fa, la newyorkese Sharon Van Etten si conferma un’ottima musicista anche dal vivo. L’apertura del set è affidata proprio alla prime due tracce dell’album più recente e anche il terzo brano in scaletta fa parte dell’ultimo lavoro. È proprio “Tarifa” a fare cominciare il dialogo tra lei e il pubblico: “Ho scritto questa canzone in Spagna, ero in vacanza”, afferma dal palco e continua chiedendo scusa per un’affermazione mal interpretata sul Paese che la ospita. Ma il pubblico è caldo e la ama: con una voce così e con canzoni scritte e interpretate così bene, ci accodiamo anche noi alla lista dei suoi estimatori.

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The War On Drugs, Pitchfork Stage
Sono passati più di dieci anni da quando Adam Granduciel e Kurt Vile si sono incontrati per la prima volta: le strade dei due si sono separate e la sorte ha sorriso prima al secondo che non al primo, ma l’ultimo disco dei War on Drugs pare riappaiare i due ex-colleghi. Lost in the Dream è di certo uno degli album che ricorderemo di questo 2014, e il set della band americana è forte dei suoni e della potenza del disco. Nonostante alcuni problemi tecnici e i ritardi conseguenti, il live degli statunitensi è travolgente e trae energia dai suoni della chitarra di Granduciel, sulla quale il nostro costruisce assoli epici e trascinanti. Davvero un concerto potente, più di quanto ci si aspettasse.

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Slint, ATP Stage
Quando uscì il seminale (eh sì) Spiderland, nel 1991, gli Slint si erano già sciolti. I membri della band erano giovanissimi, e nella ventina scarsa di brani firmati dal gruppo si percepisce nettamente la rabbiosa angoscia adolescenziale che li pervadeva all’epoca. Da allora il gruppo si è riunito nel 2005 (ed è passato anche dalla nostra città per un live memorabile al TPO) e poi l’anno scorso: ma, per fortuna, anche questa volta siamo lontani dalla reunion-per-soldi. I cinque ci credono tantissimo e, nonostante abbiano passato da un po’ la quarantina, riescono a fare passare quella sofferenza repressa che anima le loro canzoni al pubblico del Primavera. Il risultato è un concerto emozionante, suonato benissimo, che rimarrà a lungo nella memoria di chi l’ha visto.

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Il finale elettronico: Darkside, Ray Ban Stage; SBTRKT, ATP Stage; Factory Floor, Pitchfork Stage
Passata la mezzanotte, buona parte dei live del Primavera sono dedicati alla musica elettronica. I Darkside riempiono la piccola arena dove suonano: niente fotografie, così come per SBTRKT, probabilmente perché l’impatto scenico del palco fa buona parte del set. Nicolas Jaar e Dave Harrington fanno il loro dovere: ce ne fossero di più, di live così.
Le cose vanno malissimo, invece, per i SBTRKT: più che un live, una sofferenza continua. Il palco è bellissimo, ma forse l’enorme gatto nero gonfiabile che giganteggia sulla destra non porta bene a Aaron Jerome: non c’è un pezzo in cui qualcosa vada bene. Il concerto si interrompe praticamente sempre tra una canzone e l’altra, portando tutti (pubblico, musicisti, tecnici) vicini all’esasperazione. Peccato.
Di conseguenza il live dei Factory Floor è paradossalmente rilassante: in un’intervista ai nostri microfoni il terzetto aveva manifestato la voglia di mostrare che non sono delle persone cupe, anzi. Be’, non giureremmo sul fatto che siano degli scanzonati e spensierati burloni, ma i britannici sanno suonare eccome: tanto basta per chiudere su una nota positiva la seconda giornata del Primavera Sound Festival.

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