Sussidi solo a chi si dà da fare. Poletti spiega il Jobs Act d’autunno

giuliano poletti festa unità bolognaBologna, 30 ago. – Gli applausi li prendono tutti. Li prende il democratico Cesare Damiano quando attacca la riforma Fornero sulle pensioni. Li prende il segretario della Cisl Raffaele Bonanni quando si scaglia contro la retorica antisindacale “di alcuni giornali”. A scatenare il battimano più fragoroso è però il ministro del lavoro Giuliano Poletti, ospite d’onore del dibattito “Mille giorni per il futuro” alla Festa nazionale dell’Unità a Bologna.

Di fronte ad una platea di over 50 Poletti si scaglia contro il “sistema dei sussidi“, e per farsi capire al volo il ministro usa un esempio il più concreto possibile: “Noi veniamo da una storia dove se Mario ha un problema gli diamo 300 euro per farlo stare a casa e non rompere. La nostra idea è diversa, diciamo a Mario: se esci di casa e ti dai da fare vediamo come darti una mano, e alla fine forse ti diamo anche i 300 euro. I soldi sono sempre quelli ma è la testa che è cambiata, il problema che abbiamo noi non è cambiare una regola, ma cambiare la testa di questo paese”.

“L’Italia – spiega il ministro – è l’unico paese al mondo dove i sussidi vengono erogati senza un vincolo, un obbligo, una condizionalità. Se tu sei a casa perché hai un problema e vuoi che la collettività ti aiuti, allora ti devi sentire in obbligo di uscire dalla tua condizione,  devi restituire parte di quanto ti è stato dato. Noi questo lo faremo”. Il riferimento è al disegno di legge delega su ammortizzatori sociali e lavoro. Dopo il decreto lavoro della primavera 2014 che ha riformato i contratti a tempo determinato e l’apprendistato, ora gli uffici di Poletti stanno lavorando a quella che diventerà una riforma organica del mercato del lavoro che introdurrà, parola di ministro, “un contratto a tutele progressive, un’agenzia nazionale per il lavoro, un’estensione delle tutele per la maternità e una semplificazione delle tipologie contrattuali”. Dentro la legge delega, da molti considerata la seconda parte del Jobs Act, ci sarà anche un capitolo che riguarderà le politiche attive del lavoro e una riforma della cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Ammortizzatori che attualmente vengono erogati senza nessuna “condizionalità” e che, una volta a regime la riforma, dovrebbero assomigliare maggiormente ai sussidi del nord Europa, dove – ed è il caso dell’Inghilterra – in cambio dei benefits per la disoccupazione lo Stato chiede un impegno concreto e dimostrabile nel cercare un nuovo lavoro.

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Un momento del dibattito alla Festa nazionale dell’Unità di Bologna

La legge delega che verrà, argomento Poletti, “conterrà tutti gli elementi che permetteranno di riformare il mercato del lavoro. In Italia si parla da tempo di flessibilità e sicurezza. Ci siamo beccati pezzettini di flessibilità, che qualcuno chiama precarietà, ma la sicurezza non è mai arrivata. E’ ora di riformare il sistema complessivo, e parlare anche delle tutele sul lavoro”.

Sull’articolo 18 invece Poletti non vuole rispondere, “perché è un argomento che blocca il ragionamento e in 30 anni la discussione su questo tema ha impedito di cambiare quello che si doveva cambiare davvero”. “Poi – aggiunge Poletti – se i partiti della maggioranza valuteranno dei cambiamenti e troveranno un’intesa, il ministro non dirà certo di no. Ma l’Europa non ci chiede di cambiare l’articolo 18, ci chiede di fare serie politiche del lavoro. Perché – si chiede il ministro – i servizi per l’impiego italiani sono un’anagrafe dei disoccupati mentre in Germania e Francia su quegli stessi uffici ci fanno gli investimenti e ci lavorano 7omila persone contro le 7mila qui da noi?”. A rassicurare il pubblico democratico sul tema dell’articolo 18 ci pensa invece Cesare Damiano. “L’articolo 18 non si cambia perché non è citato nel testo della legge delega, e a Sacconi che tenta di inserirlo dico che è inutile forzare la mano. Vi immaginate cosa succederebbe in caso contrario? Annunciare un cambiamento dell’articolo 18 servirebbe solo a gettare benzina sul fuoco dello scontento sociale. Se il testo che approverà il senato non andrà bene – conclude Damiano che è presidente della Commissione lavoro alla Camera – allora ci penseremo noi a cambiarlo nell’altro ramo del parlamento”.

Poletti trova anche il tempo per parlare di Emilia-Romagna e di primarie. Non dice per chi voterà (“se possibile per tutti i candidati, io sono molto democratico”),  ma cita l’articolo 46 della Costituzione e, uomo nato e cresciuto tra Pci e cooperazione, pone una domanda ai candidati: “Si devono chiedere come la società emiliana può costruire una nuova coesione, un nuovo senso della partecipazione responsabile,  un nuovo senso nella relazione tra impresa e lavoro. La dicotomia conflitto-contratto non ce la fa più a rappresentare il nuovo lavoro, che è consapevolezza partecipazione, conoscenza, responsabilità. Dobbiamo cambiare l’impianto culturale e la testa, non le norme. Nelle primarie sarà importantissimo misurarsi su questo problema. Il più bravo (su questo, ndr) io lo voto“.

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Da sinistra Cesare Damiano, Giuliano Poletti e Raffaele Bonanni

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