Patrick in drag: Cindy Lee si racconta a Maps

11 mag. – Quello che vedete nella foto è Patrick Flegel, noto per avere fatto parte dei Women, una band che nel giro di un lustro ha attraversato la popolata galassia indipendente della seconda metà degli anni ’00, tracciando una scia luminosa con la testa nell’art rock e una coda elettrica, emotiva e noise. Dopo quell’esperienza Flegel si è ritirato nella sua cameretta, si è vestito da donna e ha dato vita a un alter ego di nome Cindy Lee, che ieri ha cominciato un mini tour italiano in drag proprio dall’Ateliersi di Bologna per promuovere la ristampa in vinile della cassetta d’esordio Malenkost, a cura di Maple Death Records e Superior Viaduct. Noi l’abbiamo ospitato a Maps, per intervistarlo: un’occasione, come si dice, più unica che rara.

Qual è il percorso che ti ha portato a Cindy Lee?
La mia musica ha sempre lo stesso stile, solo che la metto in scena in maniera diversa, in abiti da donna. Ho cominciato a fare crossdressing sette anni fa e lentamente, un po’ alla volta, ho combinato il tutto con la musica.

Come mai hai cominciato a fare crossdressing e come questa pratica si è combinata con la musica?
Idolatro le cantanti, l’ho sempre fatto: semplice.

Quindi vuoi sentirti più vicino a queste donne?
Sì, lo vorrei, vorrei essere come loro, ma tutto ciò che posso fare è fingere, quindi lo faccio.

Quali sono le figure femminili che ti sono rimaste nel cuore?
Oh, all’inizio Diana Ross e le Supremes, Patsy Cline, Edith Piaf… Poi più tardi Amanda Lear e la cambogiana Ros Serey Sothea. Tutte loro, semplicemente, cantano: e per me c’è qualcosa di estremamente potente in queste figure solitarie che cantano.

I nomi che citi sembrano piuttosto distanti dalla musica che produci con il nome Cindy Lee. Da dove arriva l’ispirazione per quei suoni?
Ci sono molte cose che mi piacciono, che mi spingono a scrivere o registrare musica che magari è lontana dall’idea di base. Per me è molto importante anche la dimensione teatrale, quella legata all’esibizione dal vivo, ma la musica mi arriva da ogni dove.

I brani di Malenkost sono trascinanti e sorprendono l’ascoltatore: è bellissimo perdersi tra le tracce. Il disco è una narrazione che racchiude tutte le tracce, oppure ogni singolo brano è un racconto a sé?
Il disco è realistico, rispecchia la mia persona e i miei sentimenti, spostandosi tra gli estremi da un momento all’altro. Non mi sento sempre allo stesso modo, sono un po’ maniaco e un po’ depressivo, e oscillo tra quei due poli. Le persone dicono spesso che non funziona come disco nel suo complesso, che non ha un’idea unica, ma questo si può dire di ogni disco le cui canzoni non suonano allo stesso modo: è una critica ridicola.

Ma ascoltando l’album emerge l’idea di una forte soggettività dietro alle tracce, funziona.
Mi piace quello che hai detto prima, che ti senti perso: è proprio quello che succede. Quando lavoro da solo, non c’è nessuno per dirmi che quella non è una buona idea, che questo è troppo o troppo poco: posso davvero fare ciò che voglio, è un processo da spirito libero, non c’è niente che si metta in mezzo. Quindi mi posso permettere di lavorare dalle 10 di sera alla sei del mattino successivo e poi ascoltare ciò che ho fatto il giorno dopo, senza altri consulti o collaborazioni, e rimanere sorpreso: perché magari si tratta di materiale orribile, ma almeno proviene da una mia deriva su qualcosa di mia.

Mi sembra che il lasciarsi andare sia un concetto chiave.
Sì, proprio così: lasciarsi andare.

Sentivi dei limiti lavorando con altre persone?
Lavorare da soli ha i suoi lati negativi, ma nell’ultimo periodo mi sono davvero goduto la libertà ne che deriva, il fatto che non ci siano discussioni o domande da porre a qualcuno. E inoltre voglio sperimentare ancora di più: se per esempio volessi mettere nella scaletta di un disco tre canzoni di stampo ambient una dopo l’altra, potrei trovare l’opposizione degli altri membri della band o chi fa uscire il disco si opponga. Sto divagando…

Ti stai solo lasciando andare!
Già!

Ma a un certo punto ci sarà qualcuno a cui fai sentire quello che hai combinato.
Certo, si tratta del mio amico Nic [Hughes, ndr] che gestisce la Isolated Now Waves, un’etichetta di Vancouver che pubblica per lo più cassette. Ho appena chiuso un nuovo disco e voglio pubblicarlo con lui, perché in cassetta è molto rapido: non devi aspettare sei mesi come quando si fa con un LP. Io gli do il disco e lui fa “ok”.

Fare uscire qualcosa solo in digitale sarebbe ancora più semplice: se quindi legato ancora al supporto fisico?
A dire il vero no, ma è bello presentarsi là fuori con qualcosa. A dire il vero non ascolto molte cassette, né vinili: per lo più ascolto musica su YouTube. Ma comunque penso sia carino avere una cassetta tua: è un formato fisico molto veloce, ed è bello.

Prima di salutarci, scegli una canzone di Malenkost e spiegaci il perché della scelta.
Direi “Gallows Smile” [traducibile letteralmente con “sorriso da patibolo” o più liberamente con “humor macabro”]: andavo da una psicoterapista e mi dicevo che avevo questo sorriso o ridevo ogni volta che lei diceva qualcosa di scuro o inappropriato. È un modo di reagire o superare qualcosa di inappropriato o scomodo: penso sia un’espressione interessante.

 

Le prossime date del tour italiano di Cindy Lee:
12/5 – Nadir, Padova
13/5 – Riot Studio, Napoli
14/5 – Fanfulla 5/a, Roma w/ Wow, The Luyas
16/5 – Frame Club, La Spezia
17/5 – Brutepoque, Milano
18/5 – Altrove, Genova

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