Non lo sappiamo ma siamo tutti neoliberisti. Parola de “La nuova ragione del mondo”

Siamo tutti neoliberisti anche senza saperlo?

17 feb. – Siamo tutti neoliberisti, anche se magari non ce ne rendiamo conto. Siamo neoliberisti perché il nostro modo di stare al mondo, di relazionarci con colleghi e conoscenti, di scegliere un corso di formazione piuttosto che un’amicizia, è dettato da una logica imprenditoriale che abbiamo ormai interiorizzato. Per questo il neoliberismo non è solo un modo di gestire la politica economica di uno Stato, è anche un modo di essere, una condizione antropologica dell’uomo contemporaneo. Semplificando è questa l’idea alla base de “La nuova ragione del mondo” (Derive Approdi), opera scritta a quattro mani dal filosofo Pierre Dardot e dal sociologo Christian Laval.

Ne abbiamo parlato con il prof Adalgiso Amendola, sociologo all’Università di Salerno. Tra le altre cose Amendola ha parlato del governo Renzi (“esempio di neoliberismo applicato, basta guardare all’enfasi posta sulle start up”) e delle risposte politiche a una “ragione del mondo”, il neoliberismo appunto, ormai dominante e per il momento senza chiare alternative.

Studiosi di Marx e Foucault, i due ricercatori francesi Dardot e Laval parlano di neoliberismo come di “etica del nostro tempo”. Le tesi di “La nuova ragione del mondo” sono principalmente due. La prima: il neoliberismo è profondamente differente dal liberismo classico inteso come quella politica economica che spinge lo stato a “lasciar fare”, deregolamentando settori sempre più grandi dell’economia. No, dicono Dardot e Laval, il neoliberismo esiste perché esiste uno Stato forte che lavora per imporre le regole del mercato, che non è una condizione naturale del mondo ma un prodotto umano tutto da costruire. Bisogna “refutare le analisi semplicistiche improntate al ritiro dello stato di fronte al mercato”, spiegano i due, così come bisogna superare il vecchio concetto marxista (a dir la verità contestato da tempo da molti studiosi di varie discipline) che schematicamente dà priorità al capitale economico-finanziario, forza indipendente in grado di determinare i campi della politica e del sociale. “L’originalità del neoliberismo è quello di creare un nuovo insieme di regole” capaci di dare forma al mondo economico. Ed è lo Stato che, facendosi esso stesso impresa, assume un ruolo determinante nell’imposizione delle politiche neoliberiste. “Che un bel giorno i mercati finanziari siano sfuggiti al controllo della politica è una favola bella e buona. Sono gli Stati […] ad avere prodotto le regole favorevoli al boom della finanza di mercato”.

Pierre Dardot e Christian Laval, autori di La nuova ragione del mondo

Pierre Dardot e Christian Laval, autori di La nuova ragione del mondo

La seconda tesi di Dardot e Laval è più complessa e vede il neoliberismo non solo come politica economica o ideologia, ma soprattutto come “normatività pratica”, “produzione di un certo tipo di relazioni sociali, di forma di vita, di soggettività”. E’ una “norma generale di vita” che ci dice come relazionarci con gli altri e fa sì che i rapporti sociali siano impostati sul modello del mercato e della competizione. Che vuol dire? Dardot e Laval dedicano molte pagine alla cultura d’impresa che è stata interiorizzata dagli individui (anche grazie ai contratti precari, capaci di rafforzare la dipendenza dei lavoratori dai datori di lavoro).

“Il lavoro diviene ora lo spazio della libertà, ma a condizione che ciascuno sappia superare lo statuto passivo del lavoratore salariato di una volta, e diventi impresa di se stesso. Il grandi principio della nuova etica del lavoro è l’idea che la congiunzione delle aspirazioni individuali e degli obiettivi di eccellenza dell’impresa, del progetto personale e del progetto dell’impresa, sia possibile solo se l’individuo stesso diventa una piccola impresa […] Ogni lavoratore deve cercare un cliente, posizionarsi sul mercato, stabilire un prezzo, gestire i costi, fare ricerca e sviluppo, formarsi”.

Il toro di Wall Street

Il toro di Wall Street

La vita dell’individuo in tutti i suoi aspetti, ragionano Dardot e Laval, è ormai concepita come attività imprenditoriale. Non si parla solo di lavoro remunerato ma anche il volontariato, di gestione delle amicizie e delle relazioni in generale, dell’acquisizione di competenze e di formazione. “Imprenditori di sé lo si diventa a quindici anni quando ci si domanda cosa fare del proprio futuro”. E via così, con la scelta delle scuole medie, del liceo, dell’università, del master e del corso di lingua all’estero. Ma anche dello svago e del modo di essere (il “capitale relazionale” accumulato, la capacità di “gestire il feedback”, l’empowerment continuo per migliorare le proprie performance). Non solo: l’essere impresa, sostengono Dardot e Laval, impone anche un lavoro su sé stessi perché “il successo nella carriera nella carriera si confonde col successo nella vita”, ma anche e sopratutto “perché il management moderno cerca di arruolare le soggettività servendosi di controlli e valutazioni della personalità, di disposizione del carattere, di modi di essere, di parlare, di muoversi”.Il risultato è la produzione di nuovo soggetto neoliberista proprietario di un “capitale umano”.

 “Capitale umano da accumulare tramite scelte illuminate, maturate grazie a un calcolo responsabile di costi e vantaggi. I risultati ottenuti nella vita sono il frutto di una serie di decisioni e sforzi che dipendono soltanto dall’individuo e non comportano alcuna compensazione particolare in caso di fallimento, salvo quelle dei contratti di assicurazione privata, facoltativi. La distribuzione delle risorse economiche e la posizione sociale sono considerate esclusivamente come la conseguenza di percorsi, riusciti o meno, di realizzazione personale. Il soggetto imprenditoriale è esposto in tutte le sfere della sua esistenza a rischi significativi ai quali non si può sottrarre, dal momento che la loro gestione dipende da decisioni strettamente private. Essere impresa di se stessi presuppone di vivere continuamente a rischio”.

 Se è così, spiegano i due ricercatori francesi, se la libera scelta sul mercato è alla base di tutto, sarà compito del sistema fornire le informazioni necessarie alla scelta consapevole, e poi starà alla bravura (o al merito) di ognuno recepire o meno i segnali che arrivano dal mercato.

 “Ammettendo che l’individuo ha a disposizione le informazioni necessarie per scegliere, si accetta che divenga responsabile dei rischi in cui incorre. In altri termini la creazione di un dispositivo di informazioni di tipo commerciale o legale permette un trasferimento di rischio verso il malato che sceglie un trattamento o un’operazione, lo studente o il disoccupato che scelgono una formazione, il futuro pensionato che sceglie una modalità di risparmio”.

Con l’erosione dei diritti sul lavoro e la generalizzazione della precarietà, con il venir meno progressivo della copertura sociale delle spese mediche e delle pensioni, con il potenziamento del sistema dell’istruzione privata e con l’introduzione di test e misuratori della qualità di prestazioni e servizi, “qualsiasi decisione medica, scolastica, professionale appartiene all’individuo”. E così il rischio del fallimento.

La prefazione di Paolo Napoli a “La nuova ragione del mondo”

Alcune pagine del capitolo finale del libro

Il numero speciale di Alias dedicato all’opera di Dardot e Laval

La recensione apparsa su Le Monde

[Video] Pierre Dardot e Christian Laval presentano il loro lavoro (in francese)

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