“Non vorremmo essere da nessun’altra parte”. Girlpool ad Afa


20 set. – Unica data italiana questa sera al Freakout Club per le Girlpool, giovanissimo duo indie rock statunitense. Cleo Tucker e Harmony Tividad hanno poco più di vent’anni e vengono da Los Angeles. Come tanti recenti exploit dell’indie rock americano, la loro storia inizia da Bandcamp: un demo pubblicato a inizio 2014, le attenzioni della label inglese Wichita, e poi la classica trafila da ‘next big thing’: i primi tour in giro per il globo, la pubblicazione dell’esordio – Before The World Was Big, disco che fece breccia nei cuori di tantissimi, anche dalle nostre parti – ed infine l’approdo ad ANTI- Records, etichetta che ha recentemente dato alle stampe il secondo lavoro della band.

Powerplant rappresenta un netto cambio di rotta rispetto alle sonorità precedenti. Before The World Was Big, infatti, era un disco minuto: due voci, una chitarra e un basso. La sua forza stava tutta in quell’indolenza sussurrata, in quell’assenza ingombrante della batteria, in quel vuoto tangibile e potente. Due anni più tardi è tutto da rifare, o quasi: abbandonato il lo-fi minimale degli esordi, Powerplant mira a sonorità più rocciose e nostalgiche, irrobustendo le usuali melodie esili e malinconiche del duo con abbondante fuzz e con l’introduzione della batteria.

Decisamente impazienti di visitare Bologna (“Non siamo mai state in una città che è anche il nome di un cibo“), alla vigilia del loro primo concerto nel Belpaese abbiamo avuto il piacere di intervistare Cleo e Harmony ai microfoni di Afa, il container estivo di Radio Città del Capo, in onda tutte le sere in diretta dal Guasto Village.

Come è venuto alla luce il progetto Girlpool?
Ci siamo conosciute al concerto di Moses Campbell allo Smell, una storica venue punk DIY di Los Angeles: avevamo un sacco di amici in comune e per un certo periodo abbiamo suonato in band separate, e quindi spesso ci incontravamo ai rispettivi concerti. In seguito abbiamo deciso di iniziare a fare delle jam insieme e ci siamo trovate molto bene: avevamo – e abbiamo tuttora – dei gusti molto simili.

Siete entrambe nate a Los Angeles, ma so che vi siete trasferite a Philadelphia. Cosa vi ha portato nella costa Est?
Sì, ci siamo trasferite nella East Coast e siamo rimaste lì per un paio di anni: abbiamo abitato fra New York e Philadelphia. È stato un ottimo periodo, abbiamo avuto modo di conoscere tantissime persone e abbiamo lavorato sodo sulla musica. Ora, però, siamo tornate a Los Angeles, dove vivono le nostre famiglie e dove ci siamo concentrate sulla scrittura delle nuove canzoni. È molto interessante esplorare diverse comunità di persone, scoprire l’arte e la musica in nuovi posti, è molto bello aver l’opportunità di provare qualcosa di nuovo.

Scrivere e lavorare a distanza immagino abbia influenzato il vostro modo di lavorare.
Onestamente, anche se io ero a New York e Harmony a Philadelphia, non ci sono stati grossi problemi: sì, ci siamo mandate un sacco di email mentre scrivevamo le canzoni, ma dopo tutto Phila è molto vicina a NY. Le due città sono ad un paio di ore di macchina, perciò andavo spesso a trovarla: è stato abbastanza comodo. Ti dirò, è quasi peggio a Los Angeles: a causa del traffico, talvolta, ci si mette un sacco a spostarsi da una parte all’altra della città.

Parliamo del vostro nuovo album, Powerplant. Il vostro suono si è molto irrobustito in questo disco: come è maturata la decisione di introdurre Miles, il batterista, nella vostra band?
Miles non è più nella nostra band, abbiamo cambiato formazione per questo tour. Abbiamo aggiunto la  batteria perché volevamo sperimentare nuove sonorità: mentre facevamo i demo continuavamo a fare prove su prove, e alla fine abbiamo deciso di lasciare la batteria, tutto qui. Ora la nostra band live è composta da un sacco di elementi: se vieni al nostro concerto in Italia vedrai cinque persone sul palco! C’è un batterista, un tastierista/sassofonista, un chitarrista – oltre, ovviamente, a noi due. Abbiamo fatto anche dei nuovi arrangiamenti per adattare le canzoni alla nuova formazione, è stato molto cool.

Originariamente Jeff Tweedy dei Wilco si era offerto di produrre il vostro nuovo disco. Come è nata questa proposta?
Beh, quando hanno pubblicato il loro disco Star Wars, i Wilco l’hanno reso disponibile gratuitamente online e hanno sostanzialmente scritto su Facebook ‘invece che comperare il nostro disco potete supportare queste band!’, pubblicando un una lista dei loro album preferiti di quel periodo realizzati da gruppi piccoli. E c’eravamo anche noi in quella lista! In seguito ci hanno chiesto di aprire il loro tour e abbiamo avuto modo di conoscerli: sono davvero delle persone adorabili e molto cool. Ci hanno proposto di registrare il nostro album nel loro studio a Chicago, ma purtroppo le tempistiche non ce lo hanno permesso: nei giorni in cui dovevamo iniziare a lavorare all’album loro erano in tour per il  loro nuovo disco Schmilco.

In una intervista di qualche tempo fa leggevo che per voi essere in tour “It’s like it’s your birthday every night“. Siete ancora così cariche, o l’entusiasmo ha fatto spazio all’abitudine e alla stanchezza?
Essere in tour è bellissimo, però sul lungo periodo è molto stancante – soprattutto a livello fisico. Col tempo abbiamo imparato ad ascoltare il nostro corpo e a capire quando fermarsi. È molto importante per entrambe rimanere sempre a contatto con le proprie necessità. Tuttavia, essere in tour è un divertimento impareggiabile: sto girando il mondo con la mia migliore amica. Ora – per esempio – siamo sedute alla luce del sole in un Autogrill al telefono con te, e non vorremmo essere da nessun altra parte.

Ascolta il podcast integrale dell’intervista ai microfoni di Afa.

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