I manicomi? Esistono ancora, sono solo più piccoli e nascosti

intervista a Piero Cipriano, autore di La fabbrica della cura mentale

“Non c’è mai scritto, nei libri di psichiatria, che nei reparti psichiatrici di tutto il mondo si lega la gente. Non ne parlano nemmeno per cinque minuti, negli anni della specializzazione, di legare la gente. Ma perché non ne parlano, se è una pratica tanto diffusa?”

24 mar. – I manicomi, si sa,  in Italia non ci sono più grazie alla legge 180 del 1978. Trentasei anni dopo la chiusura degli ospedali psichiatrici esistono gli Spdc, sigla che sta per “Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura”. Cos’è un Spdc? Prendendo in prestito la definizione che ne dà l’ospedale Galliera di Genova, si tratta di un servizio che “provvede alla cura dei pazienti che necessitano di trattamenti medici con ricovero in ambiente ospedaliero. Accoglie trattamenti volontari o obbligatori, provvede all’assistenza di pazienti in condizioni di emergenza”. Piero Cipriano, medico psichiatra basagliano attualmente in servizio in un Spdc di Roma, ha scritto il libro “La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante”, in cui si racconta come, in molti ospedali italiani, la cura degli Spdc si risolva generalmente attraverso due azioni: la somministrazione (forzata se serve) di psicofarmaci e sedativi, e il contenimento dei pazienti attraverso fasce che li immobilizzano al letto. Una vera e propria fabbrica dove lo psichiatra è lo specialista che si occupa di “aggiustare” la macchina biologica rotta all’interno di una catena di montaggio. Il benessere del paziente? Non è così importante, racconta Cipriano. A prevalere è il “dogma della terapia farmacologica” e l’abitudine.

“Il manicomio ricordava un campo di concentramento, il Spdc ricorda una fabbrica. […] per il ricoverato mentale è raro fare qualche forma di terapia che non sia inghiottire farmaci, perché in molti Spdc l’organizzazione prevede un solo medico che, essendo appunto solo, lavora spesso per le urgenze. La sera c’è la cena, la televisione, le pasticche  poi si deve dormire, e se il paziente non dorme prende la terapia aggiuntiva, perché il sonno in Spdc è sacrosanto, per i pazienti ma ancora di più per i medici e gli infermieri.

Nel suo libro Cipriano descrive il ricovero del paziente all’interno del servizio psichiatrico ospedaliero e il suo possibile trasferimento nella case di cura convenzionata, “a far ricchi gli imprenditori della follia. L’autore racconta anche un linea di classe che attraversa il mondo della cura mentale. “Nell’Spdc il malato è una macchina biologica rotta, che deve essere aggiustata non con la parola, la relazione o con un po’ di umanità, ma con il farmaco”. Le parole saranno riservate per lo studio privato e i pazienti in grado di pagare, quelli più colti e meno sporchi e malati. Insomma, “della stessa classe sociale del terapeuta”.

“Molti medici della mente continuano a usare nella loro pratica due misure, come facevano i loro colleghi di manicomio: la cura violenta, basata su farmaci e fasce, in SPDC, e la cura tranquilla, argomentativa, spiegata, nel silenzio del proprio studio privato”.

Cipriano dà un po’ di numeri: l’80% degli Spdc italiani – e sono circa 320 sparsi negli ospedali italiani – legano i pazienti all’interno di ospedali chiusi. L’ultimo censimento – e risale al 2007 – racconta ad esempio di come nel Lazio un paziente su dieci sia stato legato con tutti e quattro gli arti al letto. Con picchi in alcuni reparti dove la percentuale sale al 25% (un paziente su quattro) e il tempo di contenzione può prolungarsi anche oltre la settimana. Necessità mediche o routine? Cipriano sceglie la prima opzione, parla apertamente di tortura, privazioni sistematiche (della mobilità ad esempio) e isolamento, e definisce gli Spdc “piccoli manicomi moderni nascosti nelle nostre città“. Per sostenere la sua tesi porta come prova quei rari Spdc dove le porte sono aperte e i ricoverati non vengono legati, mai. Ad esempio c’è l’eccellenza di Trieste. Scrive Cipriano:

“Niente fasce, niente legamenti, niente registro delle contenzioni, niente porte chiuse, niente squallore, anzi un luogo accogliente e perfino esteticamente bello, un luogo dove viene voglia di restare, non di fuggire. […] Dunque è vero che se non hai l’arma che uccide non la usi, dunque è vero che se le fasce non le hai non le adoperi”.

Ecco l’intervista a Piero Cipriano.

      intervista Piero Cipriano

Nel finale anche qualche considerazione dell’autore sulle recenti parole di Saviano. Lo scrittore napoletano ha recentemente rivelato di aver paura “finire in ospedale psichiatrico” e di fare ricorso a psicofarmaci. “Lui si è occupato molto di cocaina e di quanto profitto le mafie fanno con la cocaina – spiega Cipriano – secondo me dovrebbe occuparsi anche di psicofarmaci e capire quanto profitto c’è dietro la psicofarmacologizzazione della società. Una fetta enorme della popolazione prende psicofarmaci, molta più grande di quella che assume cocaina. Il vero profitto è lì, e tra le altre cose gli psicofarmaci sono legali, la cocaina non lo è”.

intervista a Piero Cipriano, autore di La fabbrica della cura mentale

 Foto flickr di  Microrama e Matteo Paciotti. Alcuni diritti riservati.

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