L’esaurimento materno

      burn out materno

 

 

Una puntata dedicata all’esaurimento materno, detto anche burn out materno. 

Con Anna Mori e Agathe Gillet

 

Siamo delle bugiarde di madre in figlia

Beatrice Kammerer

L’esaurimento materno, detto anche burn-out materno, sarebbe il male del secolo ci dicono i giornali. Le madri sono sempre più stanche, esauste, alla frutta. Tutti lo sanno. Sono le vostri amiche, sorelle, cugine, madri, colleghe di lavoro. Ma nessuno si muove. “Anche gli uomini sono colpiti” mi dicono. Ah si? Veramente? Il 3% di quelli che prendono un congedo parentale? E il peggio è che siamo CONTENTI che gli uomini siano colpiti, perché significa che C’E UN PROGRESSO  nella ripartizione dei lavori domestici. No ma ci rendiamo conto??? Siamo arrivati ad AUGURARCI che dei tizi stiano male, sull’orlo della depressione, che stiano a piangere ogni giorno della loro vita o quasi perché sarebbe il segno di un PROGRESSO SOCIALE. Evviva il progresso.

Tra quelli che non se ne preoccupano ci sono i governi. Ho cercato sul sito dell’Istituto nazionale di prevenzione e educazione per la salute se questo male insidioso era stato oggetto di preoccupazione dello stato: NIENTE. Bisogna dire che non se frega niente dell’esaurimento nervoso al lavoro finché non ci sono troppi suicidi quindi figuriamoci andare a preoccuparsi di quelle che non lavorano NEANCHE SEMPRE!! Cercando bene si finisce per trovare qualcosa sui problemi emozionali e psichici nel post parto. Come se la questione del burn-out materno fosse legato al solo periodo dell’immediato post parto. Avete partorito da più di 6 mesi? Buona notizia, non rischiate più niente! Al limite il nostro amico Google ci tira fuori due o tre cose sul sovraccarico di lavoro dei genitori i cui figli hanno delle patologie gravi, diabete, cancro, perché hanno delle buone ragioni di non poterne più (cosa che immaginiamo bene ma che però lascia un sacco di gente sul bordo della strada).

Quindi cosa le dico io alle amiche che dalla mattina alla sera me dicono che devono essere veramente scarse a non riuscire a farcela con un neonato urlante, con i loro figli con la febbre e tutte le piccole miserie della vita quotidiana?

Di non riuscire ad essere la madre sorridente, felice, appagata, che si vede nelle riviste, che ci vendono  nei film e serie TV, come sembra riuscire a essere la vicina, la vecchia amica del liceo, la nonna, che ci riescono così bene LORO.

Io le dico “coinvolgi il loro padre, non li hai mica fatti da sola sti figli!” perché è vero (anche se le famiglie monoparentali sono anche una realtà troppo spesso dimenticata), perché è l’unica soluzione e perché funziona, a volte. Dico solo “a volte” si , perché non è semplice rimettere in questione secoli di patriarcato in qualche generazioni, perché ci destabilizza, perché non è naturale e che lottare, ricostruire le abitudini e cambiarne, non è semplice quando già non si ha più l’energia di alzarsi dal letto la mattina. Perché le abitudini tornano al galoppo, perché non si può dire a una giovane madre “il tuo ragazzo non si vuole alzare la notte? Lascialo”.

L’evoluzione è troppo lenta

Quindi ci si gira intorno, si negozia, si concilia e si cambia, piano piano. Troppo piano a considerare l’emergenza e lo sfinimento. Alcuni dicono “hai voluto la bicicletta adesso pedala”, è anche vero. Ma è anche un po’ facile. Così non c’è bisogno di riflettere sul problema, non c’è bisogno di compassione, d’empatia, d’intelligenza.

Io, milito per che ognuno possa fare le sue scelte e che siano rispettate, che si lasci in pace quelle che non voglio fare figli e che si apra gli occhi sulla vita quotidiana di quelle che hanno deciso di farne.

Perché ve lo dico forte e alto: siamo delle bugiarde, delle bugiarde di madre in figlia anche! Mia madre mi ha mentito, tutti questi anni quando dichiarava che faceva lo stesso per lei mangiare la parte  meno appetitosa della pezzo di carne, quando ci ha dato il suo gelato senza battere ciglio perché alla fine preferivamo il cioccolato alla fragola. Tutti questi anni passati a finire i piatti sparecchiando il tavolo nello stesso momento perché non aveva il tempo di sedersi, le centinaia di caffè riscaldati che ha bevuto freddo comunque. Il suo sorriso quando mio padre annunciava che partiva tra due giorni dall’altra parte del mondo per il lavoro lasciandola con i nani e i loro miasmi era una bugia, la sua tenera fretta a stirare le camicie e a disporle perfettamente nella valigia in modo da evitargli una brutta figura anche.

Mi ha nascosto le sue lacrime, le sue crisi di nervi, le sue rotture di scatole, le sue frustrazioni quando il suo “prendersi cura di se stessa” si riassumeva ad “andare agli incontri Weight Watchers” per sostituire alla tirannia dei suoi figli la tirannia sociale, quando non la lasciavamo neanche fare la caca in pace.

Mi ha mentito ogni volta che sono tornata da scuola e che fo trovato la casa pulita, la cena pronta e appetitosa sul tavolo. Mi ha mentito ogni volta che per poter avanti i suoi progetti lavorativi, doveva ridursi a delle notti insonne. Mi ha mentito ogni volta che mio padre ci portava in spiaggia e diceva che era tanto felice di poter “mettere a posto la casa” lavando i pavimenti e sbattendo i tappeti.

Anch’io sono una bugiarda. Ogni volta che non ho osato dire quante volte mi alzo la notte, da quanto tempo non dormo una notte tutta intera, da quanto tempo non mangio seduta a tavola dall’antipasto al dessert. Ogni volta che non ho osato dire quanto la gravidanza possa essere un momento orribile, quanto ci si può sentire malata, diminuita, impotente, terrorizzata anche. Ogni volta che non ho osato dire che si, un neonato che ciuccia il seno in continuazione, caga in continuazione, e cresce lentamente, talmente lentamente., mi sfinisce. Che un bambino piccolo si ammala sempre, che ci si preoccupa, e che accade sempre nel momento sbagliato. Che un bambino piccolo, ha talmente tante cose da imparare e di idee per la testa che ti chiede 300 cose al minuto. Che un bambino piccolo, è una bomba emozionale, che piange potenza mille, è contento potenza mille e che tocca al genitore adeguarsi. Ogni volta che mi chiudo in camera per urlare in un cuscino (perchè non bisogna disturbare nessuno) per lo sfinimento, la rabbia, la disperazione, ogni volta che ho supplicato il mio neonato di smettere di piangere, il mio figlio di smetterla di sollecitarmi, il mio adolescente di smetterla di mandarmi a quel paese. Ogni volta che mi sono chiusa in bagno perché era l’unica stanza con un lucchetto affidabile. Ogni volta che ho fatto finta di portare avanti i miei progetti professionali quando in realtà non avevo ne il tempo ne la disponibilità per farlo con serenità e efficienza. Ogni volta che dopo avere portato mio figlio dalla tata mi sono seduta sulle scale per piangere una buona volta sentendo le urla dietro la porta, prima di iniziare la mia seconda giornata.

Vorrei dirvi sono un’eccezione, ma non è vero. Grattate sotto la vernice di quelle che non vedono di cosa sto parlando, esaminate le occhiaie, le mascelle tese, la rabbia trattenuta, vedrete le madri esauste.

Perché sono una bugiarda? Perché siamo tutte delle bugiarde? Perché ci VERGOGNAMO. E perché ci vergogniamo? Perché ci hanno mentito.

Ci hanno fatto credere che era materialmente POSSIBILE occuparsi dei propri figli 24 ore su 24, di farli mangiare sano e biologico, fargli mangiare le verdure presentandole in modo ludico e gastronomico, lavare i pannolini ecologici a mano, avere una casa impeccabile con i giochi sistemati in cassette che promuovono l’autonomia dei piccoli, di essere la prima all’uscita della scuola per portare i bambini al parco, di non farli mangiare alla mensa e non farli badare da una babysitter dopo la scuola, di programmare uscite al museo, organizzare attività manuali, costruire da se del materiale educativo montessoriano, portarli in piscina, andare in bici, essere sempre disponibile per le uscite con la scuola, sempre calma e serena in ogni situazione, di partecipare all’organizzazione della festa di fine anno, avere sempre una torta pronta per i compleanni, fare del volontariato, conservare con cura le scatole delle uova, i barattoli di yogurt e i tappi del latte, essere membro del comitato di organizzazione della settimana mondiale per la promozione dell’allattamento al seno, avere un lavoro impegnativo (ma neanche troppo) e stimolante, che ci rende orgogliose e appagate, al quale ci rechiamo in bicicletta fino all’ultimo giorno di gravidanza e grazie al quale guadagnano sufficientemente per pagare le vacanze e per il quale si passerà al telelavoro se – veramente – rischiamo di non essere più al top del top, senza dimenticare di fare del running, di andare a yoga, di essere sempre curata, truccata e depilata, di godere al meno 3 volte a settimana.

La carica del lavoro invisibile, quello di cui nessuno si accorge. La peggiore di tutte le bugie. Il lavoro del genitore che calcola le date dei saldi per approfittare del secondo ribasso quando ci sono ancora delle cose mettibili, quello che fa i regali di Natale, va agli incontri con la scuola, quello che compra i pacchetti di fazzoletti quando la scuola li chiede, quello che fa la fila per l’iscrizione al judo, quello che la scuola chiama quando il bambino si è aperto la fronte alla ricreazione, quello che si preoccupa dei problemi di linguaggio del piccolo, dei dolori all’anca del medio, delle angosce del grande, quelle che verifica che i vaccini siano aggiornati, che tutti hanno preso la vitamina D, che tutti sono andati dal dentista, quello che prenota le vacanze in montagna, porta i bambini dal parrucchiere, quello che li iscrive in biblioteca e che riporta i libri per tempo, verifica l’astuccio, impazzisce con i compiti, guarda i quaderni durante le vacanze e firma il diario, quello che taglia le unghie, pulisce le orecchie, quello risponde alle domande difficili. Quello che, ogni sera prima di addormentarsi, si ripassa mentalmente tutti i bisogni della truppa, misura quanto gli rimanere da anticipare, programmare, inventare, risolvere.

Quindi per gestire gli immancabili fallimenti che susciterebbero questo compito disumano, ci hanno gentilmente spiegato che è quello essere una donna: fare SACRIFICI. Bastava solo capire cosa volevamo mandare all’aria. La voglia di fare figli? La voglia di avere un lavoro? La voglia di dare ai propri figli un po’ di quella spensieratezza e abbondanza di cui abbiamo tanto sognato e a volte approfittato noi stesse?

Quindi si, alcune riescono a sopravvivere nonostante le difficoltà, conservando un po’ dell’essenziale (IL LORO essenziale!) anche se assomiglia a un numero di equilibrista: fare un po’ meno figli che nei nostri sogni, organizzare il proprio lavoro senza snaturarlo troppo, dire “merde” agli imperativi della femminilità, alle norme della maternità, darsi il diritto di appassionarsi, di amare, di odiare, di vivere per loro stesse, accettare di sentire dire “i bambini sono un dono di Dio!” da parte della loro madre o nonna quanto hanno faticato, quanto hanno pensato di non sopravvivere, fare delle scelte tra quello che vorremmo dare al proprio figlio e quello che non abbiamo avuto (oppure che abbiamo avuto!) tra quello che è importante (e che struttura la loro identità da genitore) e quello che si basa su le menzogne delle generazioni passate e meritano (forse) di essere riposte nell’album fotografico dei belli (e illusori) ricordi d’infanzia, accettare che altri di noi soddisfino i loro bisogni di bambini e di trovarlo bello.

E soprattutto, soprattutto, smetterla di mentire, di nascondere. Smettiamolo di credere che l’ideale materno assomigli alla fata Turchina sempre disponibile per consolare pene e risolvere i problemi più ardui senza difficoltà. Che la vergogna cambi campo: che le madri sfinite non si vergognino più di non riuscire a compiere un lavoro obiettivamente sovrumano ma che i governi si vergognino di tutti questi anno passati a chiudere gli occhi sulla fatica emozionale e fisica delle madri.

https://lafamilledejantee.wordpress.com/2015/04/09/nous-sommes-des-menteuses-de-meres-en-filles/

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