Johnny Mox: sermoni beatbox – LIVE

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10 mar. – “Questa cosa del reverendo… Solo perché ho scritto una canzone con quel titolo, ora mi chiamano così”. Il trentino Gianluca Taraborelli, in arte (reverendo) Johnny Mox, non dev’essere poi così dispiaciuto dal nomignolo clericale, visto che il suo ultimo disco si intitola Obstinate Sermons e la foto in copertina raffigura un predicatore (“Non sono io”, precisa). “La circolarità della preghiera ritorna nel loop, nel botta e risposta della cerimonia, per non parlare del tema dell’ultimo disco: si parla di fede, ma in senso generale, nel senso di credere in ciò che ci fa, senza arrendersi mai”. Un album diverso dall’esordio We=Trouble: “In questo caso, a differenza del disco del 2012, sapevo che avrei avuto una band con me”, e il gruppo che ha accompagnato Gianluca dal vivo altri non è che i Gazebo Penguins, con cui Mox ha firmato uno split recente.

Johnny Mox è passato apposta da Maps, la scorsa settimana per fare due pezzi live. Come vedete dalla foto, il tavolo della nostra sala ospiti è stato completamente occupato dai suoi macchinari: “Faccio tutto con la voce”, ci ha raccontato (e dimostrato, suonando due versioni realizzate apposta per noi di due brani tratti dall’album uscito a gennaio). Johnny è un mago del beatbox, e viene dal rap: “Poi mi sono ritrovato a suonare in gruppi rock per tutta l’adolescenza, ma penso che il beatboxing sia uno degli aspetti più creativi della cultura hip-hop, ma provo scarsissimo interesse per i ‘mostri da beatbox’ che si esibiscono su YouTube”. Johnny Mox non è un fenomeno da baraccone: è un fenomeno e basta, a cui interessa “sentire le sbave, il fiato e il lato primitivo nell’utilizzo della bocca nel creare dei ritmi”. E si sta anche avvicinando alla musica tradizionale delle sue parti: “Spero che mi prendano in un coro di montagna a Trento, così finalmente imparerò a cantare montanaro“.

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