“E’ difficile essere israeliani di sinistra”

miri

Bologna, 1 ago. – “Siamo noi, è Israele il primo a dover dire basta. E’ un circolo vizioso quello della violenza e della guerra che non porta a niente. A niente”. Miri Pravda ha 30 anni, una laurea in medicina appena conquistata e davanti un’estate al mare. A novembre tenterà l’esame di stato in Italia: “Quello in Israele è stato annullato per la guerra” dice.

Davanti ad un caffè, in un bar dell’ex ghetto ebraico, a pochi metri dalle Due torri, Miri parla dei suoi sogni: l’esame di stato valido per tutta l’Europa, e poi il viaggio verso i paesi del nord. E’ in quell’angolo di Bologna, in cui dopo la bolla di Papa Paolo IV fu confinata la comunità ebraica bolognese nel 1556, che Miri si è trasferita più di 6 anni fa. “Nel mio futuro, quando avrò una famiglia e dei figli, mi vedo in Israele. Ma non ora, non con la guerra”.

Miri, sabato 26 luglio scorso, stava camminando su via Indipendenza quando ha incontrato un corteo di solidarietà con la popolazione di Gaza. “Ero appena scesa dal treno e stavo tornando verso casa- ricorda-, quando ho visto il corteo”. Ha dato un rapido sguardo alle poche persone che sfidando la pioggia iniziavano a marciare su via Indipendenza. All’altezza dell’incrocio con via Milazzo ha sentito: “Israeliani bastardi”. Si è fermata, ha voltato lo sguardo: l’insulto non veniva dal corteo ma da due passanti che, come lei, si erano fermate un istante a guardare. Miri non ha resistito, si è rivolta a quella delle due che stava ancora pronunciando insulti contro gli israeliani: “Perché dici ‘israeliani bastardi’? Sono i governi che fanno la guerra, mica le persone. Pensi che sia facile essere israeliani in questo momento? Guarda che la realtà è più complessa“. Quando si è allontanata una delle due l’ha seguita, l’ha chiamata, e le ha sputato in faccia. “L’ho vissuta come una violenza, come un gesto stupido. Ti prego, però, scrivilo che il corteo e i manifestanti non c’entrano nulla. Perché io non voglio apparire come una vittima, io non sono una vittima”.

Dopo il liceo aveva servito nell’Israeli Defence Forces, l’esercito israeliano. Suo padre, ebreo tedesco di origine russa, era un colonnello dell’aeronautica e anche sua madre, ebrea egizia, era nell’esercito. “Non ho scelto di andare nell’esercito, era normale che io ci andassi. Non è stata una scelta”. Anche i suoi fratelli, più grandi di lei di diversi anni, hanno tutti servito sotto le armi. Miri è originaria di Holon, una cittadina a sud di Tel Aviv. “E’ una città di destra e anche la mia famiglia è di destra. Mio padre ora è morto, ma se sapesse cosa penso adesso della guerra, si rivolterebbe nella tomba”.

A Miri non piacciono le etichette, “non ti consentono di vedere le cose e di capirle”. “Non dovrebbero esistere persone pro Israele e pro Palestina- dice seduta nel divano nel piano soppalcato del bar-. Dovrebbero esistere solo persone pro pace, pro soluzione”. Quando vede le immagini dei corpi straziati dei bambini palestinesi, Miri pensa “allo schifo, a quanto è ingiusto e sbagliato”, ma non può fare a meno di pensare anche ad alcuni suoi amici “morti mentre erano nell’esercito”. Non ha senso, per Miri, parlare di numeri: “Dietro ad ogni numero c’è una persona, una vita, un’anima, una famiglia. Dobbiamo smettere di semplificare le cose coi numeri“.

Non è facile essere israeliani di sinistra in questo momento” ripete seduta sul divano del bar. La rabbia per lo sputo ricevuto non è ancora andata via del tutto, ma quel che più brucia è la consapevolezza che andando avanti con l’odio tra israeliani e palestinesi non ci sarà mai la pace. Né una soluzione. “La soluzione deve venire certamente da Israele, perché ha un paese ben sviluppato”. Ma questo, è ancora lontano: “Ci sarà solo quando anche il popolo israeliano dirà ‘basta ci siamo rotti le scatole di mandare i nostri figli a morire'”.

Israeliani e palestinesi non sono così diversi” dice Miri che riflette sulla sacralizzazione dei combattenti. Un combattente islamico che muore uccidendo qualche israeliano, per la propaganda fondamentalista, riceve in dono molte vergini; in Israele, “i soldati che muoiono sono sacri, hanno un giorno dedicato all’anno, la famiglia riceve molti soldi. No, basta!- dice Miri- questo non è sacro, non c’è nulla di sacro. E’ semplicemente una guerra. Possiamo andare mille anni indietro, o sessant’anni indietro e non troveremo una giustificazione valida. Basta”. Per Miri la soluzione è: “O facciamo due stati in un unico paese, oppure facciamo due paesi separati”. Ma per arrivare a questo c’è bisogno della comunità internazionale: “Deve intervenire”.

Miri, quando vestiva la divida dell’Idf, era salita nella gerarchia militare. Era diventata istruttrice. “Hai mai partecipato ad azioni di guerra?” Lei si sposta, si allontana dal microfono, e appoggia la schiena sullo schienale del divano: “Mi chiedi se ho ucciso qualcuno? No, per fortuna no“. La voce si fa pesante e dura: “Non credere però che io non ricordi tutto e che la notte non ci pensi ancora a quello che ho visto e a quello che ho fatto”. Miri, come gran parte dei suoi coetanei israeliani, ha servito per anni nell’esercito: “Chi non lo ha fatto non può capire”. Appena iscritta all’università di Bologna è stato difficile per Miri legare coi compagni di corso: “Avevamo 6 anni di differenza, e poi loro non avevano fatto il militare“.

Al cambiamento di pensiero di Miri ha contribuito anche Bologna. “All’inizio, arrivata qua, io non mi sentivo a mio agio” ricorda. “Vedevo tutti come razzisti. Sono pro palestinesi perché sono ignoranti” pensava. Bologna, con gli occhi di una ventenne israeliana di destra, era una città schierata, di sinistra, che criticava Israele e sosteneva i palestinesi. Poi l’incontro con una ragazza, quella che per 4 anni è stata la sua coinquilina: “Lei non poteva pensarla in maniera più opposta alla mia” dice. Ma dall’incontro, dal confronto di idee, è nata un’amicizia dalla quale entrambe sono uscite diverse: “Io ho cambiato opinione, e anche lei credo che adesso quando non è con me e qualcuno dice cose ignoranti contro Israele lei fa di tutto per bilanciare”. Lo scambio, l’apertura al dialogo: questo Miri ha imparato a Bologna. “Cioè non so dirti se è Bologna, o è l’Italia o piuttosto l’essere uscita dal mio paese, però è stato un processo“.

Per il suo futuro Miri spera in un lavoro come medico e in una famiglia. Per i figli che verranno si augura “una possibilità di crescere diversamente. Molti figli oggi nascono con la paura e con l’odio, due sentimenti molto prevalenti in Israele. E io spero che mi figlio cresca con la possibilità di non pre-giudicare qualcuno per il solo fatto che è palestinese, perché è gay, perché è di sinistra, perché di destra”. Per Miri l’odio è un veleno che si incolla addosso alla gente e che solo l’educazione può staccare, scollare, lavare via. Ma è un percorso lungo che ora ha pochissime possibilità e che solo i figli di Miri potranno realizzare.

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