Iosonouncane: “La musica italiana è in uno stadio di arretratezza”


15 set. –
Ad un anno esatto dall’ultimo concerto italiano, questa sera Iosonouncane torna a Bologna. Lo fa sul palco dell’Arena Puccini alle 21 con un “concerto esclusivo e senza repliche“, una rivisitazione del Mandria Tour – col quale ha portato il suo acclamato album DIE in giro per l’Europa attraverso un tour che ha toccato Berlino, Londra, Parigi e Monaco di Baviera per concludersi al Primavera Sound di Barcellona – con l’aggiunta di una sezione fiati. In occasione di questo primo, specialissimo appuntamento del weekend di Tutto Molto Bello, il torneo di calcetto per etichette discografiche che parte proprio oggi al Parco del DLF, abbiamo deciso di intervistare Jacopo per fare il punto – a due anni di distanza – su DIE, un album che si candida a pieno titolo a diventare una pietra miliare della nostra decade.

Stai ancora portando in giro DIE ad ormai oltre due anni dalla sua uscita: ti aspettavi una longevità del genere?
Sinceramente sì. L’ultimo concerto in Italia l’abbiamo fatto un anno fa, poi abbiamo fatto un po’ di date in Europa a Maggio, che si sono concluse col Primavera. Avevo deciso che non avrei fatto altre date in Italia fino all’uscita del prossimo disco. Poi è arrivata la proposta del Locomotiv Club e dei ragazzi di Tutto Molto Bello ed ho deciso di fare questo concerto, proponendo però un contenuto inedito: sarà perciò presente sul palco, oltre al gruppo di musicisti col quale suono oramai da due anni, anche una sezione fiati. Ci è sembrato un modo bello per salutare definitivamente il pubblico fino al prossimo disco.

Hai portato per la prima volta la tua musica all’estero. Come cambia la percezione della musica italiana fuori dai nostri confini? Ieri parlavo con Enrico Gabrielli, che in questi anni sta girando il mondo con PJ Harvey, e ragionavamo su un complesso di inferiorità che noi italiani – inevitabilmente – abbiamo quando portiamo la nostra musica fuori dai confini nazionali…
Sicuramente quello che dice Enrico è vero. È un mio caro amico e so che parla sempre a ragion veduta e dopo aver verificato sul campo, quindi è sicuramente vero quello che dice. C’è anche da dire che le etichette e la scena discografica italiana non hanno ramificazioni all’estero e non vi è consuetudine nel portare della musica italiana fuori i nostri confini. Ciò comporta un sacco di conseguenze: il mercato italiano è piccolo, autoreferenziale, molto chiuso. In linea di massima un musicista che inizia a suonare in Italia lo fa nella stragrande maggioranza dei casi avendo come riferimento il pubblico italiano e stop. Modella e delimita il proprio linguaggio e le proprie ambizioni al fatto che si rivolgerà unicamente ad un pubblico italiano. Questa cosa fa sì che la musica italiana sia – nella sua totalità – in uno stadio di arretratezza. Allo stesso tempo è pieno di progetti – molto spesso marginali e borderline, non necessariamente per una questione di numeri, ma di approccio – che invece hanno tutte le carte in regola per poter parlare ad un pubblico non italiano. Noi siamo saliti sul palco e abbiamo fatto ciò che facciamo sempre, e le cose sono andate bene. Ovviamente, non avendo un disco con una promozione all’estero, il pubblico – soprattutto quello dei concerti che abbiamo tenuto nei club – era per la stragrande maggioranza italiano, ovviamente. Al Primavera Sound, invece, è andata benissimo anche col pubblico non italiano: questa è la mia esperienza personale. Il concerto che mi è rimasto più impresso e che ricordo con maggior piacere è quello di Parigi, alla Boule Noire, probabilmente il club più bello in cui abbia mai suonato.  Il pubblico era numeroso, attentissimo, silenzioso, ma allo stesso tempo rispondeva tantissimo – erano estremamente attenti e al contempo carichissimi. È stata una serata particolare anche perché c’erano tanti amici: io sono arrivato a Parigi il giorno prima ed ho avuto modo di passare del tempo con uno dei miei migliori amici: al dato oggettivo, perciò, si somma anche quello soggettivo.

Sempre rimanendo in tema concerti, in una tua recente intervista hai dichiarato che “il pubblico in Italia non è deficiente, odio i concerti karaoke”. Con questo album hai sperimentato diverse forme di live (in solo elettronico, in acustico, con backing band più o meno grandi), come si è evoluto l’approccio al live in questi due anni per un album del genere – così ragionato e ponderato in fase di produzione in studio?
Io penso sempre che il live debba essere sì un’esecuzione dei brani del disco – quindi sto molto attento ad una fedeltà negli arrangiamenti: lavori per anni ad una produzione e ad un arrangiamento, per cui nel momento in cui devi mettere mano ad un brano se vuoi cambiare l’arrangiamento devi farlo a ragion veduta – perciò ci tengo tanto all’esecuzione dell’arrangiamento per come è sul disco; però il live è un’esperienza di fruizione completamente diversa dall’ascolto di un disco, ed il mio modo di lavorare e di comporre (il fatto che io utilizzi la musica elettronica, pur non facendo musica elettronica; il mio utilizzo degli stilemi di rock e pop senza, in fin dei conti, né fare rock né pop) mi permette di poter maneggiare la materia delle canzoni e le canzoni stesse in modi differenti. DIE è un disco super prodotto, però si presta anche ad un’esecuzione con un taglio fortemente elettronico, ad un’esecuzione con una band, ad un’esecuzione chitarra e voce, perché ha tutti questi elementi. Diciamo che mi divertono tutti e tre gli approcci e che credo che anche in futuro me li porterò appresso.

A proposito di approcci originali: hai sonorizzato una scultura la scorsa estate vicino Salerno, componendo un’opera per l’occasione.
L’installazione di Edoardo Tresoldi in questione consisteva in tre gruppi di vele… lui crea grandissime strutture utilizzando reti metalliche, le stesse che vengono usate per realizzare le gabbie dei conigli. Ha fatto tante opere in giro per il mondo. Per questo festival sul mare, vicino Salerno, ha costruito le vele di una barca a venti metri dalla riva, e fra questi gruppi di vele ha installato una vecchia barca di legno. Io su quella barca in legno ho eseguito una composizione di quaranta minuti, che ho scritto e registrato in quindici giorni (un po’ di fretta, prima stavo lavorando al disco di Colapesce); la sonorizzazione è stata fatta di notte, verso le undici, la baia era ovviamente al buio ed il pubblico – numerosissimo, fra l’altro – stava sulla spiaggia. È stata un’esperienza molto bella.

Hai nominato Colapesce: in questi giorni è uscito il nuovo singolo, prodotto da te; negli scorsi mesi hai prestato la voce ad un brano di Colombre (anche lui presente nella lineup del Tutto Molto Bello di quest’anno), qualche tempo prima hai collaborato con Matteo Fiorino…
I musicisti con i quali ho lavorato in questi anni sono innanzitutto delle persone con le quali sono legato sentimentalmente, nel senso che sono miei amici. E poi, sono musicisti che stimo: collaboro solo con quelli che mi propongono qualcosa che mi fa pensare fin da subito che il materiale sia bello, e che il mio apporto possa dare qualcosa. Qualcosa col quale possa divertirmi: alla fine l’aspetto al quale sono sempre maggiormente legato e che per me è discriminante è quello ludico, quel gusto quasi squisitamente infantile del fare musica. Lavoro a un pezzo che mi può divertire e mi stimola? Lo faccio. Se invece devo rompermi i maroni non lo faccio, anche se si tratta di un lavoro molto ben pagato.

In un’epoca di naufragi nel Mediterraneo, è corretto dire che DIE è riuscito – anche involontariamente, se vogliamo – a catturare lo zeitgeist di questi anni?
È presto per dirlo. Sicuramente la necessità nell’uomo di migrare non è nata di recente: raccontare una storia di un naufragio, o quantomeno di due esseri umani separati dal mare è semplicemente rifarsi ad un archetipo consolidato nella narrativa dell’uomo. Si tratta di qualcosa di assolutamente irrisolto e talmente umano da essere perennemente attuale, purtroppo. La chiave di lettura di DIE è molteplice, nel senso che potrei addirittura dire che il fatto che si tratti di ‘mare’ è puramente strumentale: probabilmente il tema principale di DIE è l’assenza, o la paura della morte. Può essere un disco d’amore, nel senso che i due protagonisti possono essere una coppia, o una madre ed un figlio. Credo che il tema fondamentale rimanga l’assenza, tuttavia: si tratta del dolore più ingombrante per qualsiasi migrante, la solitudine costretta, l’assenza degli altri e anche di se stessi. È anche per questo che quanto ho raccontato in DIE è pienamente al passo col nostro tempo: è un tempo di assenze profonde.

Per partorire DIE ci sono voluti tantissimi anni. Quali sono i tuoi progetti per il futuro, dopo la data di questa sera?
Sto iniziando a organizzarmi per iniziare a lavorare ad un nuovo album, e ho già una quantità di materiale mostruosa che inizia già a spaventarmi… La cosa che so già è che cambierò nuovamente modo di lavorare: tra La Macarena DIE ho cambiato completamente metodo, ed ora farò lo stesso, perché è la cosa che più mi stimola e che più mi diverte. Mi fa sentire come un bimbo che deve inventarsi la marachella nuova, mi tiene sveglio.

 

Ascolta l’intervista a Jacopo Incani ai microfoni di Afa, il container estivo di Radio Città del Capo in onda tutti i giorni dal Guasto Village dalle 18 alle 21.30.

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