“Io danzerò”, un film revisionista e lesbofobico?


22 giugno – Presentato all’edizione 2016 del Festival di Cannes e in questi giorni al Biografilm, La Danseuse è il biopic opera prima di Stéphanie Di Giusto che racconta la vita dell’artista e pioniera della danza moderna Loïe Fuller, inventrice della “serpentine dance”.

L’uscita in Francia ha suscitato scalpore, polemiche e proteste da parte di scrittrici, giornaliste, critici cinematografici, attiviste e attivisti LGBT che lo hanno definito senza mezzi termini “lesbophobe” e “révisionniste”.

Il film, esteticamente impeccabile, sorprendente perché girato senza l’ausilio di effetti speciali, low budget, interpretato egregiamente (da Soko, Lily-Rose Depp, Mélanie Thierry e Gaspard Ulliel) e con una fotografia eccellente, sicuramente ha il merito di aver riportato alla luce il personaggio di Loïe Fuller. Ma se l’ambizione, rivendicata dalla stessa regista, era quella di realizzare “un biopic convenzionale e realista”, narrando le vicende biografiche dell’artista e “rendendo omaggio con onestà ad un’artista ingiustamente caduta nell’oblio” le scelte di sceneggiatura disattendono l’obiettivo.

La regista rende principale protagonista della vita sentimentale della Fuller la relazione eterosessuale e tormentata con un personaggio deliberatamente inventato, il conte Louis Dorsay, piuttosto che narrare la reale storia d’amore tra Loïe e Gabrielle Bloch (interpretata da Melanie Thierry) sua collaboratrice e compagna per 30 anni, sin dai tempi della prima esibizione al Folies Bergère di Parigi.
Insomma, non si tratta di dettagli, anche perchè Loïe Fuller visse apertamente e coraggiosamente, dati i tempi, la propria omosessualità.

“Mi sono presa anche la libertà di inventare il personaggio di Louis Dorsay, interpretato da Gaspard Ulliel. Avevo bisogno di una presenza maschile in un film popolato da donne” ha dichiarato Stéphanie Di Giusto. Le critiche sollevate da Aude Fonvieille su Mediapart ed Ely Flory su franceinfo non mettono in discussione la libertà artistica della regista, ma riflettono sul significato e sull’opportunità di questa scelta narrativa che sembra rendere il film un documento insincero e profondamente radicato nella cultura eteronormativa.

“L’idea non era quella di fare l’ennesimo film di lesbiche” ha detto Soko, la cantante pop francese che interpreta Loïe.  Eppure nel cinema, riporta Anais Bordages  su BuzzFeedNews, “i membri della comunità LGBT, tra cui le lesbiche, sono sottorappresentate. Secondo l’ultimo rapporto della Glaad (Associazione Gay e Lesbica contro la diffamazione), solo il 17,5% dei grandi film americani nel 2016 conteneva uno o più personaggi lgbt. E nella maggior parte dei casi, si trattava di un uomo gay.”

“Loïe Fuller era omosessuale ed era importante per me non farne il soggetto del film”, continua la regista. Ma secondo Catherine Gonnard, saggista francese, studiosa di storia delle donne e coautrice del libro Femmes artistes/artistes femmes, le scelte artistiche di Loïe Fuller erano intrinsecamente legate alla sua identità. La rivendicazione della libertà del corpo, della libertà del movimento, l’idea di una femminilità libera e decentrata rispetto allo sguardo maschile erano elementi essenziale delle sue performance e delle sue lezioni di danza, intuizioni avanguardistiche che innovarono profondamente il balletto classico. La scuola di danza che aprì intorno al 1900 era un vero e proprio microcosmo femminile, lontano dal giudizio maschile. “Non lavorava che con donne, con delle ballerine – dice la Gonnard – e le persone sulle quali faceva affidamento erano donne”.

Stéphanie Di Giusto non mette da parte la vita sentimentale di Loïe per focalizzare la narrazione sulla sua arte, ma interviene sulla biografia inventando una situazione più conforme alla norma.

L’associazione femminista francese FièrEs che ha guidato la protesta contro “l’invisibilizzazione delle figure lgbt nel cinema” alla première del film, denuncia che se pure il film non nega l’omosessualità dell’artista, relega la rappresentazione del rapporto intimo e passionale tra due donne ad uno strumento di manipolazione e rivalità, in una significativa scena di umiliazione che vede protagoniste Loïe e Isadora Duncan.

Bizzarra anche la decisione di basare la sceneggiatura di un film che vuol celebrare una donna, un’artista così forte, combattiva, poetica e innovatrice, sulla biografia scritta da uno scrittore, Giovanni Lista, piuttosto che sulla autobiografia che lei stessa ha lasciato.

Questi aspetti sembrano essere sfuggiti agli organizzatori del Biografilm che hanno fatto di Io danzerò il manifesto di questa edizione del Festival basato sulla celebrazione delle vite, promuovendolo anche come un’opera antigender e fortemente femminista.

Ne abbiamo parlato questa mattina a Piper con Massimiliano Colletti.

Chiara Magrone

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