In viaggio con Birthh. Intervista ad Alice Bisi

Alice Bisi. Foto di Margot Pandone

6 nov. – Birthh è il nome d’arte di Alice Bisi, giovanissima musicista ventenne di origine fiorentina esplosa lo scorso anno grazie all’esordio Born In The Woods, “un gioiello di rara luminosità” di dream pop profondo e scuro. Alice ha composto, arrangiato, prodotto e suonato tutti i brani dell’album nella sua cameretta, e – a distanza – Lorenzo Borgatti (che l’accompagna anche nei live, insieme a Massimo Borghi) ha aggiunto cori con l’harmonizer e linee di chitarra. Il disco è stato poi registrato e mixato a Brescia da Alessandro Paderno, socio dell’etichetta che ha poi pubblicato l’album, il collettivo We Were Never Being Boring. Le atmosfere downtempo struggenti e delicate di questo lavoro hanno portato parecchio lontano Alice e i suoi compagni: in questi due anni hanno suonato in tanti festival internazionali e prestigiosi come SXSW, Eurosonic e Canadian Music Week, e per Alice si è anche palesata l’opportunità di una carriera come autrice in un’etichetta major.
In occasione del loro live a Bologna di venerdì scorso, abbiamo scambiato quattro chiacchiere al telefono con Alice mentre raggiungeva in macchina il Covo Club.


Eravamo rimasti al vostro primo live italiano, proprio qui negli studi di Radio Città del Capo. Cosa è successo in questo anno e mezzo?
Sono cambiate tante cose in realtà. Ci sono certe cose che si acquisiscono con l’esperienza, per cui non ci sono scorciatoie. Mi sento molto più sgamata rispetto agli inizi, non si va più in panico per un problema. Cantare per tanto tempo le solite canzoni le cambia, in un certo senso: credo che cambino anche le canzoni insieme a te, un pochino cambia anche il messaggio. Ora le vedo più come una fase della mia vita, e cerco di raccontare questa fase alle persone che vengono ad ascoltare.

Effettivamente, quando hai composto questo album andavi ancora al liceo, giusto? Ti riconosci ancora in queste liriche – diciamo – post-adolescenziali?
È come indossare degli occhiali blu: indossi gli occhiali, vedi tutto blu, vivi il mondo blu per quell’ora in cui indossi gli occhiali. Per me è la stessa cosa. Per quei cinquanta minuti di set rivivo un po’ quelle esperienze; da un lato è anche molto bello, è come leggere una storia scritta un po’ di tempo fa. Poi è chiaro che c’è anche la voglia di raccontare altre cose nuove, quindi non vedo l’ora in realtà di mettermi a lavorare sui pezzi nuovi che ho scritto, scriverne altri, fare uscire questo secondo disco – che spero esca in tempi non lunghissimi, anche se non si sa mai, conoscendomi.

Hai iniziato a suonare molto presto, provieni da una famiglia di musicisti…
Sì, mio padre ha sempre suonato, a volte suonavo con lui. Mia madre era in coro polifonico mezzo gregoriano; mio nonno fa ancora piano-bar, ora suona negli ospizi, che è una cosa che mi fa molto ridere, mi fa tenerezza perché è una cosa molto carina secondo me. La musica per me è una cosa naturale, come il mangiare.

Quindi nella tua famiglia non c’è mai stata la classica fase la musica è una perdita di tempo, trova un lavoro vero, sei sempre stata molto incoraggiata.
Beh, sì. Secondo me per un genitore la preoccupazione maggiore è che sia molto difficile vivere di questo lavoro. C’ho messo un po’ a convincerli che era una cosa fattibile anche dal punto di vista economico – che, personalmente, non è il lato che mi interessa di più, però, purtroppo, bisogna valutarlo. Nessuno mi ha mai detto: “No, il musicista è un lavoro da perditempo”, sono sempre stata abbastanza libera di prendere le decisioni che volevo. Ovviamente a volte se ne subiscono le conseguenze, ma sono insegnamenti anche quelli.

Quando hai deciso di trasformare il tuo progetto chitarra e voce, Oh, Alice!, in quello che poi sarebbe diventato Birthh?
È nato in un modo veramente scemo: mi ero dimenticata la chitarra acustica da mio padre, che non abita con me, e mi sono ritrovata a dover scrivere con una chitarra elettrica. A quel punto, visto che la chitarra elettrica da sola non mi piaceva tanto, ho pensato di provare ad aggiungere un paio di cosine con Logic a caso. Ho preso un kit di preset di Logic e da lì è nato tutto.

Nell’ultimo anno e mezzo avete suonato in tutto il mondo, siete stati tre volte in America, avete fatto tanti tour in Italia ed in Europa. Qual è il concerto nel quale ti sei resa conto che tutto questo sarebbe potuto diventare un lavoro – o comunque qualcosa di più serio rispetto alle tue aspettative iniziali?
Beh, probabilmente il primo concerto nel quale le persone hanno iniziato a cantare le mie canzoni. Quello è stato il momento in cui abbiamo pensato “Wow, caspita!”.

Com’è stato, invece, avvicinarsi al lavoro da autrice di canzoni per altri? 
È molto più semplice scrivere per gli altri perché non hai il problema di dire sarò credibile a dire questa cosa?, che – almeno a me – toglie un peso abbastanza grande. Ho fatto parte di un camp vero e proprio della Sony – in pratica, loro prendono tutti i loro autori e li mettono in una casa insieme per un mese. Siamo stati per una settimana a casa di Ron, a Garlasco, che ha uno studio. Tra l’altro, due canzoni che ho scritto in quel camp sono state assegnate, però non so se posso dire a chi, per cui non lo dico. In più, ho fatto un lavoro assurdo, in inglese, per un rapper italiano famosissimo, che praticamente è una canzone mega-pop: in questo progetto specifico con questo rapper super famoso ho dovuto anche cantare la canzone, prodotta da me insieme a Daniele Autore (il cantante dei Vanilla Sky), uno che ha lavorato con Chris Brown e ha fatto un sacco di produzioni. C’è anche il featuring di un rapper di Chicago che si chiama Towkio, è anche nel disco di Chance The Rapper, ha fatto un sacco di robe veramente assurde. In questi casi, però, c’è sempre un po’ di pressione, non sai mai come le persone del circuito indipendente la prendano; c’è sempre un po’ di puzza sotto al naso per queste cose.

Propositi per il futuro?
L’idea è quella di mettermi tranquilla e riuscire a scrivere, a produrre le cose che ho già scritto, far sì che il disco sia un bel disco, molto coeso. Mettersi a lavorare seriamente. Mi piacerebbe anche fare altro: da qualche tempo ho iniziato a comporre delle cosine strumentali, ho comprato un synth semi-modulare, vorrei prendere qualche altra cosina carina per poter un po’ spippolare.

Ascolta il podcast della prima “intervista-navigatore” della storia: ai microfoni di Cotton Fioc, Alice Bisi.

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