Il mondo delle badanti in una performance-documentario di Kristina Norman

Santarcangelo, 19 lug. – Lighter then woman è il progetto che l’artista estone Kristina Norman ha presentato all’ultima edizione del Santarcangelo Festival. Un lavoro basato sul video ma che utilizza anche gli strumenti del disegno e della performance.

In occasione del festival l’abbiamo incontrata nei tavoli di un bar di Santarcangelo. Ecco che cosa ci ha raccontato.

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      Intervista a Kristina Norman - Lighter than a woman

Come è nato il progetto Lighter then woman?
Tutto è iniziato con un invito dal festival di Santarcangelo. Sono venuta nel 2017 per visitarlo e sentire le vibrazioni. Poi ho iniziato a pensare a che cosa avrei potuto fare qui. Così come prima cosa mi sono detta che avrei voluto occuparmi di un progetto che soltanto io avrei potuto fare, poi ho pensato che avrei voluto trovare una comunità con la quale avrei potuto usare la mia lingua o una delle lingue che parlo. Anche perché io vengo da un paese dell’Ex Unione Sovietica e per me la questione degli Stati post sovietici è molto importante. Poi c’è la questione delle migrazioni, che mi interessa molto, e che si sta sempre più femminilizzando. Quindi sostanzialmente ho cercato un modo per mettere in relazione queste due cose, le realtà post sovietiche e la femminilizzazione delle migrazioni.
Così ho pensato alla comunità delle badanti che vivono da queste parti e che per lo più vengono da Ucraina,  Moldavia  e Russia e che hanno un ruolo sempre più importante qui in Italia e sono quasi tutte donne. Così sono venuta qui e ho incontrato per primo le donne che lavorano a Santarcangelo. Ma poi entrata anche in contatto con le Azdoure romagnole. Mi sono fatta raccontare la loro esperienza nell’assumere le badanti per farsi aiutare a prendersi cura con gli anziani. Ed è stato piuttosto sorprendente scoprire che anche nelle famiglie delle Azdoure, che rappresentano un modello di famiglia tradizionale dove solitamente sarebbe toccato a loro prendersi cura degli anziani, si poteva trovare una donna immigrata che svolgeva questo compito. Questo cambio di paradigma per me è stato molto sorprendente. Quindi ho deciso di approfondire il fenomeno e di aprirlo a prospettive differenti, privilegiando naturalmente quello delle donne immigrate dell’est europa, perché per me era molto facile identificarmi con loro, condividendo oltre che le questioni geografiche anche la precarietà del lavoro, essendo un’artista, e con loro abbiamo parlato spesso della precarietà del nostro lavoro. E la precarietà è una condizione presente nel lavoro delle badanti, sia in quanto migranti  che devono trovare il proprio posto nella società e sia come lavoratrici che dipendendo dalla volontà della famiglia che le assume. Ma la precarietà è anche nelle donne italiane che assumono le badanti, che a loro volta fanno lavori precari e che devono affrontare sfide molto più difficili degli uomini. La precarietà del lavoro ai nostri giorni è un elemento centrale in tutto questo lavoro.

 Per questo lavoro sei dovuta entrare letteralmente nelle case delle famiglie,  partecipando a un’intimità non sempre facile da mostrare anche perché spesso il lavoro delle badanti è svolto senza contratto, in nero. E’ stato facile superare la diffidenza?
Ovviamente è una questione  molto delicata anche perché se lavori come badante, lavori a casa di qualcun altro e il consenso ad entrare in casa non può avvenire tramite la badante ma deve passare per forza dalla famiglia che le ospita che deve dare il permesso. Per forza di cose dunque ho potuto parlare solo con le famiglie che facevano lavorare le badanti regolarmente. La prima famiglia con cui sono entrata in contatto è quella di Isadora Angelini, che è un’attrice con cui ho un ottimo rapporto, essendo nello stesso campo ed essendo tutte e due precarie. Sua nonna è guardata da Alina, una donna Ucraina. E poi ho incontrato sua mamma, che faceva la barista e che come si può vedere nel video, sa fare questi cocktail incredibili. Ma anche solo per girare quella scena nel bar dove lavorava abbiamo dovuto chiedere il permesso al suo datore di lavoro e siamo dovuto andare la mattina. Eravamo lì a bere questi cocktail incredibili alle 10, perché poi dopo a lavorare davvero dietro al bancone c’erano delle ragazze più giovani. Per questa ragione la mamma di Isadora non può fare più il suo lavoro. Questo perché qualcuno pensa che a fare quel lavoro debbano esserci delle ragazze giovani. E poi a Bologna il festival Atlas of Transition ci ha ospitati in residenza per due settimane e tramite loro abbiamo conosciuto Liubòv che faceva la Badante agli inizi del 2000 e poi questa associazione di donne ucraine. Lei ci ha aiutati molto all’inizio e tramite lei abbiamo incontrato altre persone che vivevano in città e che facevano le badanti e grazie a lei siamo riusciti a comunicare l’importanza del nostro progetto. Ovviamente poi abbiamo dovuto chiedere il permesso ai datori di lavoro, ma per la maggior parte dei casi erano splendide donne italiane , ognuna con una storia di lavoro da raccontare. Abbiamo trovato molto terreno comune con ognuna di loro.

Una delle parole chiave del tuo lavoro è gravità. Hai messo in relazione la fisicità che le badanti devono impiegare per alzare i corpi delle persone di cui si prendono cura con il lavoro che supera la forza di gravità dell’astronauta Samantha Cristoforetti. Raccontaci qualcosa di questo passaggio.
La prima immagine su cui volevo lavorare era quella dell’assenza di peso. Perché quando si parla di lavoratori migranti la prima cosa che viene in mente è quella di persone sospese. Perché come badante devi lavorare in casa di qualcun altro. E devi anche viverci e quella deve anche diventare casa tua, devi poterti sentire a casa. In qualche modo devi metterci radici. Ma allo stesso tempo avrai sempre in mente il posto che hai lasciato, ti mancherà sempre la tua casa natale. Così man mano che il tempo  passa realizzerai che non potrai mai davvero sentirti a casa qui dove lavori, ma allo stesso tempo non sarai più a casa neanche nel posto che hai lasciato. Questa doppia appartenenza che è in realtà nessuna appartenenza crea disorientamento e perdita di identità senza acquistarne una nuova. E questa era la prima cosa che volevo affrontare nel mio lavoro. E poi c’era la questione dell’emancipazione delle donne italiane nella società italiana, dove alla base ci sono le badanti, nella maniera in cui sostituiscono le donne italiane nel loro ruolo tradizionale all’interno delle famiglie, in modo che loro possono dedicarsi alla carriera, avendo qualcuno che si occupa in casa del lavoro di cura.
E allora ho pensato quale potrebbe essere l’immagine radicale per l’assenza di peso e l’emancipazione? Mi sono detta, forse l’Italia ha un’astronauta. Qualcuno che ha realizzato i propri sogni, che ha superato il peso della gravità in tutti e due i sensi. E potete immaginare il mio stupore quando ho scoperto che l’unica astronauta europea era una donna italiana, Samantha Cristoforetti.

Vorrei parlare della commistione di linguaggi che hai scelto di usare. Ci sono i video, c’è una parte in cui tu fai dei ritratti delle persone che intervisti e c’è anche una parte performativa. Come hai messo tutte queste cose insieme?
Per me e per il mio collega Erik, che è con me in questo progetto e che durante la performance fa il tecnico, è stata la prima volta su un palco. Erik è un filmaker, in questo progetto ha fatto il cameraman, e ha una casa di produzione di documentari. Eravamo in residenza insieme e abbiamo collaborato insieme per altri documentari e progetti video. Infatti anche per questo festival avevamo pensato a un progetto video ma poi i curatori ci hanno detto che con il video saremmo stati in una sezione collaterale del festival e non nella principale. E così abbiamo dovuto trovare un modo per essere presenti dal vivo sul palco di fronte al pubblico per mediare in qualche maniera il materiale video.
E allora ho iniziato a pensare a quale potrebbe essere la soluzione. E mentre passavamo ore su ore nel nostro studio di Tallin abbiamo pensato che avremmo potuto invitare le persone proprio nello studio.
E’ stato anche piuttosto difficile far capire alle badanti il nostro lavoro perché vedevano che facevo le interviste e allora mi chiedevano: “Sei una giornalista?” E io “no, non sono una giornalista, sono un’artista” e allora loro mi dicevano: “Sei una pittrice? Dipingi?” E io “non proprio, lavoro con i video”
E dunque alla fine mi sono detta che fare dei disegni sul palco poteva anche essere un regalo per loro, così alla fine potevano credere che sì, ero un’ artista. Perchè se disegni tutti credono che sei un’artista.
E infine c’è questo piccolo intervento che faccio con il corpo. Per me era importante sottolineare la mia presenza fisica con una breve coreografia in modo da creare questa sensazione di una presenza di un corpo di una donna dell’est europa sul palco e di espandere ulteriormente l’effetto della gravità sul corpo umano e l’assenza della gravità.

Hai mostrato il risultato del tuo lavoro alle badanti?
Sì, sì certo, alcune di loro sono venute all’anteprima del Festival che è stata il 15 di luglio. Alcune sono venute da Bologna, altre da paesi vicini e anche se non è stato semplicissimo per loro muoversi sono state molto contente di riuscire a venire. Siamo stati molti contenti di sapere che a loro è piaciuto molto essere le protagoniste di questo progetto e ogni tanto qualcuna dal pubblico viene da me si complimenta

Una critica che si potrebbe muovere al progetto è di mostrare solo storie positive, lasciando, forse la parte più conflittuale in secondo piano.
Sì ma in realtà ci sono anche storie di abusi. Chiaramente gli autori non sono rappresentati, ma le storie sono sempre là. Se ti ricordi c’è questo episodio in cui camminiamo in Montagnola a Bologna con Liubov la nostra guida, dove c’è un gruppetto di badanti che passano lì le poche ore libere che hanno che sono solo 6 a settimana! Loro non possono incontrarsi in un bar perché è troppo costoso e non possono incontrarsi nel salotto di casa di qualcuno perché non hanno una casa o meglio la casa dove vivono è anche la casa dove lavorano. E subito lì è venuta fuori questa donna che voleva raccontarci la sua storia, anche se avevamo una telecamera, ed era una storia di un comportamento abusivo che aveva subito in una delle famiglie dove aveva lavorato.
Ma è anche logico che non si può entrare in una situazione familiare dove una donna o una lavoratrice è una vittima, perché nessuno te lo mostrerebbe e per me poi era estremamente importante non rappresentare le partecipanti del mio progetto come vittime. Anche le storie di violenza che ci hanno raccontato, ce le hanno raccontate con il sorriso. E per me questo è davvero importante perchè altrimenti quando il peso della vita ti guarda dritto in faccia, con tutta la sua brutalità, non sei disposto ad ascoltare.
Per me dunque era importante presentare queste storie in modo che fossero presenti ma che allo stesso tempo non precludessero l’ascolto del pubblico. E doveva anche esserci una sorta di distanza emotiva, e forse è per questa ragione che non vengono percepite come molto gravi anche se perdere un figlio perché sei costretta a sollevare il corpo di un’altra persona che è troppo pesante per te, credo sia una storia piuttosto forte così come rompersi la schiena e trovarsi di fronte un medico che per aiutarti ti dice che bisogna comportarsi da brava ragazza. Credo che queste storie siamo molto forti, ma come ho detto, per me era importante che le donne non si percepissero con vittimismo.
Il titolo del progetto Lighter then women si riferisce proprio al fatto che ciascuna di esse ha trovato un modo per andare oltre la gravità della vita. C’è sempre una speranza e la possibilità di mettere una distanza tra sé e la gravità.

 

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