Epatite C. In Sicilia 20 giorni per l’esame, a Bologna 6 mesi

Virus dell’epatite C al microscopio elettronico (fonte Wikipedia)

24 apr. – In Italia sono 600 mila le persone infette dal virus dell’epatite C (Hcv), un numero importante per una malattia che, una volta sviluppata, può costare molto in termine di salute ai pazienti, e altrettanto in termini economici al sistema sanitario nazionale. Dal 2015 ad oggi sono state trattate 130 mila persone, 8 mila solo in Emilia-Romagna, con almeno 4 mila persone già individuate da trattare in futuro. Il tutto senza stime realistiche di quante possono davvero essere le persone infette su tutto il territorio nazionale. I numeri disponibili infatti non riescono a rappresentare la situazione così com’è nella realtà, e tutti gli esperti concordano nel ritenere che l’infezione sia attualmente sottostimata. La popolazione più a rischio è quella dei consumatori di sostanze, sopratutto per via endovenosa. L’epatite C una volta cronicizzata può portare allo sviluppo della cirrosi epatica e del cancro al fegato.

Sulla questione ogni regione, come spesso succede quando si parla di questioni di sanità, si organizza da sè a partire da linee guida nazionali. E così capita che una persona infetta dal virus dell’Hcv in Sicilia debba attendere solo una ventina di giorni per arrivare all’esame del fibroscan, un passaggio fondamentale e veloce – per il paziente si tratta di una sorta di ecografia al fegato di una decina di minuti – per giungere alla diagnosi clinica e per far scattare le cure vere e proprie. Senza il fibroscan infatti non si può accedere alla prescrizione dei farmaci per debellare l’epatite C, farmaci in grado di debellare velocemente e praticamente senza controindicazioni l’infezione nella totalità dei casi.

“In Sicilia abbiamo una rete regionale che tiene sotto controllo in tempo reale la situazione per quanto riguarda l’Hcv e la sua presa in carico”, spiega il dott. Fabio Cartabellotta, responsabile della Rete Regionale siciliana dell’epatite C. Ma se in Sicilia un paziente, ovunque abiti nell’isola, dovrà aspettare meno di un mese per accedere alle cure, in Emilia-Romagna la situazione varia grandemente da azienda sanitaria in azienda sanitaria. Un paziente indirizzato all’unità operativa malattia infettive del Sant’Orsola (che non ha in dotazione un fibroscan) dovrà aspettare tra i sei e sette mesi per la visita, e quindi sei o sette mesi per poter iniziare a prendere i farmaci. Un problema dovuto alle apparecchiature, al Sant’Orsola ci sono sei punti di accesso al fibroscan ma solo due macchine, e al personale medico da anni sempre più ridotto.

Considerando che l’epatite C può avere un tempo di latenza anche molto lungo (anni) dal punto di vista clinico il dato potrebbe non allarmare, ma la cosa fa arrabbiare le associazioni di pazienti che chiedono cure efficaci il prima possibile. “I pazienti qui a Bologna attendono mesi quando per l’epatite C ci sarebbe la possibilità di guarire in poche settimane”, tuona Sandro Mattioli, presidente di Plus Onlus, l‘associazione di persone Lgbt che persegue finalità di solidarietà sociale nella lotta contro l’hiv e l’hcv.

Non è unicamente un tema legato ai bisogni dei singoli. “Bisogna interrompere la catena dell’infezione, e tutte le ricerche ci dicono che per farlo bisogna trattare quante più persone possibile e nel minore tempo possibile”, spiega l’infettivologo del Sant’Orsola Lorenzo Badia. “Stiamo parlando sopratutto di consumatori di sostanze, una popolazione che per definizione si riespone potenzialmente in continuazione al contagio”. Da qui l’esigenza di fare in modo che queste persone, una volta consapevoli di avere contratto l’infezione, vengano messe nel minor tempo possibile in grado di accedere alle cure, debellare l’infezione e non essere più in condizione di propagare il virus. “Dobbiamo lavorare per fare in modo che il link to care, la connessione alla cura, non vada perso. Siamo sicuri che un consumatore di sostanze a cui è diagnostica l’infezione da hcv sarà presente da qui a sette mesi all’ora e al giorno indicati?”, si chiede Stefano Pieralli, responsabile per Open Group del progetto Stop Hcv.

Al contario della Sicilia, dove esiste una rete informatica centralizzata capace di distribuire sul territorio le richieste dei pazienti e bilanciare eventuali liste d’attesa, in Emilia-Romagna un sistema del genere per quanto riguarda l’Hcv non è stato ancora implementato. Ogni azienda ospedaliera ha un proprio sistema, e risulta complicato a volte interfacciarli a dovere. Ma c’è anche, secondo Plus Onlus, un tema di “volontà politica che al momento manca”, e di una mentalità troppo attenta ai conti e poco ai bisogni degli utenti. “I farmaci ci sono, quel che serve è trovare le persone, stanare il sommerso. E’ questa la sfida”, sottolinea Laura Sighinolfi, infettivologa e membro della Commissione consultiva tecnico-scientifica per gli interventi di prevenzione e lotta contro l’Aids.
La puntata speciale di “Welfare-esplorazioni nel sociale che cambia” dedicata a Hcv, prevenzione e presa in carico.

Come fare il test dell’Hcv a Bologna: ci si può rivolgere al progetto Stop Hcv (per prenotare il test gratuito basta chiamare il numero 342-7649255 o inviare una mail a info@stophcv.it), al BLQ Checkpoint di via San Carlo 42 (051-4211857 – info@blqcheckpoint.it) oppure all’ospedale S. Orsola-Malpighi.

 

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Ogni mercoledì dalle 9.30 alle 10 su Radio Città del Capo va in onda “Welfare – Esplorazioni nel sociale che cambia“, trasmissione che vuole raccontare il welfare e la sanità in tutte le sue sfumature, partendo da storie concrete. Welfare vi racconterà storie di tutte Italia, sperimentazioni sociali o progetti già radicati che contribuiscono al benessere degli anziani, dei pazienti di ambulatori, cliniche e ospedali, dei disabili, dei frequentatori degli empori solidali, dei senza casa, di chi usufruisce dei servizi di salute mentale, di tutti coloro che hanno bisogno di assistenza. Welfare vi farà sentire la loro voce, quella dei volontari e degli operatori sociali, quella dei medici e di chi costruisce welfare tutti i giorni.

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