Capire Ebola attraverso i big data

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Bologna, 3 ott. – Cercare di prevedere come e dove si svilupperà l’epidemia di Ebola attraverso i big data e le reti complesse. E’ l’obiettivo di un paper scientifico pubblicato ad agosto su “Plos Currents: Outbreaks”.L’idea di base è utilizzare un modello creato al computer degli spostamenti umani per prevedere in quale direzione si potrebbe espandere Ebola. 

Il metodo utilizzano non si distanzia di molto da quelli utilizzati dalle previsioni meteo, ci spiega Alessandro Vespignani, docente di scienze computazionali alla Northeastern University di Boston e coordinatore del gruppo di epidemiologia computazionale della fondazione ISI di Torino. I ricercatori hanno seguito due linee di ricerca: l’evoluzione dell’epidemia nell’Africa occidentale e, attraverso l’integrazione con i dati di mobilità mondiale (linee aeree), le previsioni di probabilità che il virus venisse importato in altre zone del mondo.

“Fino a fine settembre la percentuale di importare dei casi era abbastanza limitata, poi la probabilità è aumentata” ci spiega Vespignani. E infatti così è avvenuto, con i primi casi di Ebola negli Stati Uniti.  “Per l’Italia la probabilità è molto più piccola, anche se non nulla” precisa Vespignani che chiarisce come le differenze di probabilità tra i paesi derivino dal traffico di spostamento, soprattutto aereo, che arriva in quel paese.
Il sistema ha ancora qualche problema di accuratezza, per la mancanza di dati a disposizione dei modelli, anche a causa delle difficoltà dei sistemi sanitari dei Paesi coinvolti dall’epidemia.

Pochi giorni fa Medici senza Frontiere ha inaugurato un nuovo ospedale in Sierra Leone. Lì c’era fino a pochi giorni fa Luca Fontana, volontario di Medici senza Frontiere. “Questa epidemia sta correndo più velocemente di noi” dice amaramente Fontana, “Siamo arrivati a vedere i nostri limiti”. In quella zona manca la sanità di base e molte persone hanno paura di accedere agli ospedali in cui ci sono malati di Ebola. Anche i sanitari del luogo hanno paura. “Noi siamo consapevoli che il rischio zero non esiste. Una volta indossata la tuta gialla mi sento sicuro, il problema è quando siamo fuori dalla struttura ospedaliera”.
“E’ un’emergenza costosa perché il materiale utilizzato con i pazienti di Ebola deve essere poi distrutto per evitare di infettare altri” ci dice Fontana, ricordando la campagna di raccolta fondi di Medici Senza Frontiere.

L’intera trasmissione di Pensatech

      2014-10-03-pensatech-post
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