E adesso?

Adesso che Merola ha vinto, dopo il toto sindaco parte il toto Giunta.
Vedo che molti giornali almanaccano sul vicesindaco, un problema che in realtà non dovrebbe neanche esistere: è ovvio a tutti che Amelia Frascaroli dopo aver costruito una lista laboratorio capace di strappare 10.000 voti alle primarie, aver preso 20.000 voti alle elezioni e 4.000 preferenze personali è il vicesindaco in pectore, altrimenti che senso ha la democrazia? Deve forse camminare sulle acque e moltiplicare i pani e i pesci per essere accolta in giunta?
Che poi abbia o meno una delega al welfare è cosa conseguente, d’altronde è già successo con Scaramuzzino ai tempi di Cofferati.

Senza la novità e il successo di questa lista Merola sarebbe impegnato in un difficile ballottaggio, incerto non tanto sul piano del risultato finale quanto sulle ipoteche successive. Inoltre dall’analisi dei flussi fatta dal Cattaneo risulterebbe che la lista laboratorio Amelia/Vendola attrae elettori construens, orfani da anni di un’idea di progetto politico, stanchi di essere solo relegati nel non voto e nel dissenso.
Il fatto poi che prenda non solo voti a sinistra ma anche dai grillini e dall‘area centrista dei cattolici delusi dal Pdl è un valore aggiunto.

Per quanto riguarda invece gli assessori sarebbe opportuno dire basta anche con i luoghi comuni del “Cencelli” Politically correct: metà donne, metà giovani, etc. etc. La città avrebbe bisogno di gente competente e disinteressata, con la voglia di far crescere un progetto e non il proprio ego, e che consideri la nomina come un impegno e non come un premio alla carriera. Merola dunque indichi autonomamente la sua squadra, che non deve essere fatta col “Cencelli” di partito, ma neanche appesa per aria, con dentro solo gli amici del sindaco d’area Pd, travestiti da giovani e da donne. Il resto non conta.

Ciò detto un po’ di analisi di questo voto.
In maniera quasi clandestina stiamo assistendo, per la prima volta da tanti anni, a un cambiamento vero nella geografia politica locale. Come tutti i cambiamenti non ha bisogno di essere annunciato né declamato per manifestarsi, anzi, meno se ne parla e forse meglio è.
Ma corriamo il rischio.
Primo fatto: il consiglio comunale espressione da decenni delle corporazioni, dai commercianti ai professionisti, dai rentier ai funzionari delle associazioni di categoria, del sindacato e di partito, cambia pelle.
Si affacciano nuovi soggetti che raccontano di nuove rappresentanze, non solo nell’area Frascaroli/Sel e grillina, ma anche nella Lega e, in misura minore, nei partiti tradizionali, Pd e Pdl, che accanto alla vecchia guardia cominciano a innestare nuovi soggetti  che non sono solo meri replicanti di quelli che c’erano prima. Sono segnali di un processo appena iniziato, ma che va colto con moderato ottimismo. Questo è dovuto anche alla scomparsa, dopo dodici anni di vero e proprio dominio della scena politica, del guazzalochismo. Finalmente, diciamolo forte e chiaro, ci siamo liberati dal mito della “civicità”, dallo strabismo dei 360°, dalla costrizione politica del dover scegliere un non-politico.

Secondo fatto: il Pd non è autosufficiente.
Se i dirigenti di quel partito non sono politicamente inetti dovranno convenire che gran parte di quello che ora rivendicano come un successo, qui come a Milano e prima ancora in Puglia, è avvenuto grazie alla sconfitta della loro linea politica nazionale, un disegno tutto politicista e autoreferenziale che consisteva nel creare alleanze fatte sulla carta tra ceti politici moribondi: quello del centrosinistra con quello centrista, il terzo polo e via almanaccando.
Laddove questa linea è stata sconfitta grazie alle primarie, non solo il centrosinistra è tornato a giocarsela, ma (aldilà dei voti) è successo qualcosa di molto più importante: si è ricominciato a far politica e a pensare che si può anche stare dentro a una lista, a un partito, a un consiglio, per fare qualcosa che cambia davvero le cose, magari non facendo la rivoluzione, ma le cambia. Tutto si sta rimettendo in gioco, e il nuovo gioco è che bisogna stare dentro e giocarsela e non star fuori.

Terzo fatto:  Cracchi e Cevenini.
I trenta (30)  voti della signora Cracchi la dicono lunga sulla distanza e la percezione di importanza che hanno i media sulla cose da dire e da raccontare al pubblico. Non conta nulla quanto vai sui giornali, che peraltro contano sempre meno loro stessi: conta chi riesce a mobilitare e includere, a rendere protagonisti i propri sostenitori.
La federazione della sinistra si è lamentata del poco spazio avuto sui media: è sicuramente vero, ma anche quadruplicando quello spazio abbiamo il fondato sospetto che i risultati non sarebbero stati tanto diversi, basti pensate che la lista 5 stelle che include e coinvolge, propone campagne e le porta avanti, ha raggiunto i suoi risultati senza aver dietro trombe di stampa a declamarne le gesta. Poi gli amici a 5 stelle forse dovrebbero avere meno allergia dei giornalisti e più umiltà quando sbagliano (perché tutti sbagliano in politica…) ma questo è un altro discorso.
Infine Cevenini: è la gallina dalle uova d’oro che ogni lista vorrebbe avere, ma è anche un limite e, alla distanza, un problema. Il Pd è come quella squadra che dipende dai gol fatti da un solo giocatore. Ormai il Cev è un marchio che pesa come un partito nel partito di circa il 7% dell’elettorato. Che fine farebbero i voti del Cev senza più il Cev in lista? Meglio che il Pd ci pensi…

Quarto fatto: la Lega non sfonda come partito ma Bernardini ha comunque ottenuto un indubbio successo personale  prendendo 12.300 voti in più delle liste a lui collegate. Un Bernardini ripulito dalle ideologie padane più logore e beceramente razziste un domani potrebbe dare grattacapi al centrosinistra.

Quinto fatto:  i 5 stelle al 9,4% sono una conferma e non più una sorpresa. Adesso anche per loro però il gioco si fa più duro perché se non riusciranno a tramutare la denuncia in proposta condivisibile da altri e a dire qualcosa anche sui temi che solitamente schivano (la scuola pubblica, la laicità, i diritti sindacali, etc. etc.) sono destinati col tempo a ridimensionarsi.

Infine una considerazione che allarga un po’ gli orizzonti:  se a Bologna si è concluso il campionato ricordiamoci che a Milano si vota tra dieci giorni: è un’occasione straordinaria. Nel capoluogo lombardo infatti son oltre vent’anni che attendono di vincere una partita. E se a Milano vince Pisapia a Roma salta la panchina…

Paolo Soglia

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3 commenti

  1. Solo una precisazione: non conta quanto vai sui giornali, conta quanto NON vai sui giornali… Lezione base di ogni esperto di comunicazione politica. Mi è piaciuto il commento di Bugani: “ho fatto più interviste in questi 10 minuti dopo i risultati che in tutta la campagna elettorale”.

    Commento by Daniele on 19/05/2011 at 13:36

  2. “i 5 stelle” ….. ma non sono per caso il Movimento 5 Stelle quelli che hanno tipo una proposta per ogni stella?

    “destinati a ridimensionarsi”… vorrà dire che invece di spendere 4000 € per arrivare al 9% ne spenderanno 2000 per il 4.5%

    “etc..etc..etc..” ???

    Commento by perri on 19/05/2011 at 18:23

  3. Concordo pienamente con Paolo Soglia! (quindi non ho altro da aggiungere)

    Voglio solo dire, per dare almeno un contributo morale, speriamo che a Milano arrivi quel giorno!

    Commento by Fabrizio on 20/05/2011 at 13:03

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