Dobbiamo abituarci all’idea, viviamo in zona sismica

29 mag. – «Abituarsi all’idea che viviamo in territorio sismico. Non pensare al terremoto come qualcosa di improbabile. Pensare che dobbiamo stabilire delle priorità e decidere che cosa è davvero importante». Parole di Romano Camassi, sismologo dell‘Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) di Bologna ed esperto di sismologia storica, a poche ore dalla scossa di magnitudo 5.8 che stamattina ha colpito nuovamente le aree del modenese e del ferrarese già in difficoltà per le scosse del 20 maggio scorso. «Si tratta di terremoti che non sono prevedibili nel senso dell’ora e quando, ma sono terremoti che non giungono inaspettati, perché tutta quest’area della Pianura Padana è interessata da un complesso di faglie il cui movimento ha come effetto quest’ondata di scosse, con i picchi di oggi e del 20 maggio».

Fin dal periodo 2003 – 2005, anche in seguito al terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002, i sismologi italiani hanno provveduto a classificare la Pianura Padana dal punto di vista della pericolosità e del rischio sismico, passando da una non classificazione a un «grado 3, il che significa che c’è una importante attività sismica, conosciuta storicamente». La classificazione è determinante per le regole con cui si costruiscono gli edifici: «è per questo che anche oggi abbiamo sentito di crolli di edifici industriali relativamente nuovi, ma quasi sicuramente costruiti prima di quel periodo». Non deve destare preoccupazione il fatto che si rientri in un edificio nelle zone sismiche, «a patto che non siano presenti danni evidenti e che si siano seguite le procedure adeguate della Protezione Civile e delle autorità».

Da ribadire, invece, la smentita che ci sia alcuna relazione con attività estrattive o il fenomeno della subsidenza. «Per generare un terremoto di magnitudo attorno a 6 le forze necessarie sono gigantesche, semplicemente impossibili da mettere in campo con un’attività estrattiva», dichiara Camassi. «Quindi non c’è assolutamente nessuna relazione tra le trivellazioni e l’innesco di una serie sismica. Così come non c’è relazione tra terremoto e subsidenza. Quest’ultima può aggravare gli effetti distruttivi sugli edifici, ma non c’è relazione causale di alcun tipo».

Presto anche per capire se c’è relazione tra l’attività sismica in Emilia-Romagna e la riattivazione di una sequenza di scosse nella zona del Pollino, tra Basilicata e Calabria. «Questa sequenza di scosse è attiva da dicembre», ha dichiarato all’ANSA Massimo Mucciarelli, sismologo dell’Università della Basilicata, «ma non sappiamo ancora come si evolverà». Sul fatto che siano o meno legate a quelle della Pianura Padana, «c’è un forte dibattito nel mondo scientifico: alcuni sostengono che vi siano dei periodi in cui si concentrano i terremoti, mentre per altri è una semplici fluttuazione statistica». Detto in altre parole: non sappiamo se il fatto che queste due attività si manifestino nello stesso periodo sia dovuto a una causa comune oppure sia una pura coincidenza.

Per comprendere meglio, ci sarà il tempo. Ora c’è da pensare all’emergenza, ma dal punto di vista di Romano Camassi il punto fondamentale è lo sviluppo di una cultura della prevenzione sismica. «Non si tratta soltanto di conoscere e seguire le procedure di emergenza, ma lavorare a bocce ferme per valutare il nostro patrimonio edilizio, chiedere che gli edifici pubblici vengano messi in sicurezza e che vengano rispettate le norme antisismiche che sono in vigore». Non possiamo pensare che il terremoto sia un’eventualità remota, ma una realtà con la quale dobbiamo avere a che fare come cittadini informati e consapevoli.

Marco Boscolo

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