Censis, De Rita: “Per l’Italia è l’era del rancore: la crisi è anche sociale”


Bologna, 20 feb. – “Può esserci spazio per una ristrutturazione sociale?”. Questa è la domanda a cui Giorgio De Rita, segretario del Censis, l’istituto di ricerca socioeconomica fondato nel 1964, ha cercato di rispondere ieri nell’incontro tenutosi all’oratorio di San Filippo Neri. Il 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, stilato nel 2018 e pubblicato lo scorso dicembre, ha fotografato un Paese in recessione. Non solo economica, ma sopratutto sociale ed emotiva. È l’era del rancore, come ha detto De Rita ai nostri microfoni: “Dopo una serie di passaggi positivi, di uscita dalla crisi in iniziata dal 2007-2008, l’orizzonte si è nuovamente rabbuiato. È cresciuta la paura. Dal 2012 si parla di un rancore crescente della società italiana”. Un sentimento che sarebbe causato dalla paura del futuro e dall’eccessivo individualismo, che trascinerebbe l’Italia nel “post-sociale”, ossia la rottura con quell’equilibrio tra parti sociali che ha caratterizzato il Paese dal Dopoguerra fino agli anni ’60 e ‘70, dotandolo del welfare su cui tutt’ora poggia.

Contemporaneamente, il rapporto registra un sentimento contrario, una “voglia di rimboccarsi le maniche, di mettersi a lavorare, di ritrovare direzione veso il futuro. Queste due emozioni della società convivono, ma la situazione è complicata perché vi è troppa sfiducia nel futuro e nelle istituzioni” ha commentato De Rita. Il potere d’acquisto delle famiglie è sceso del 6,3% negli ultimi 10 anni. Questo ha portato ad una minore accumulazione di capitale, che ha ridotto la spinta in avanti. “Siamo in recessione economica – continua De Rita – però abbiamo messo da parte risorse straordinarie. L’Italia è un Paese ricco, non dobbiamo dimenticarcene. Questo accumulare ha bloccato il sistema di investimenti. Ha innescato un circolo vizioso, si ha paura ad investire nel futuro, ma se non si investe non si dà lavoro e senza lavoro non si va avanti. Non solo trovare un lavoro, ma trovarlo adeguato alle proprie aspettative e ai propri studi. Il problema è che molti dei laureati italiani fanno un lavoro che giudicano non coerente con la loro preparazione e questo alimenta quel rancore verso la società e il futuro”.

Fra le cause del rancore, la percezione del fenomeno immigratorio di questi anni che secondo molti farebbe aumentare la criminalità. “Ondata di stranieri, i dati non lo dicono, la criminalità è stabile. Vi è una percezione dello straniero come fonte di pericolo per il lavoro. Non è così, gli stranieri arrivano qui e lavorano, studiano, si impegnano e realizzano, anche grazie al nostro stato e alle possibilità che dispone”. Il voto del 4 marzo ne sarebbe in parte il risultato, perché ha rappresentato una discontinuità sulla politica, affermato il bisogno di un cambiamento. Per il segretario Censis, però, non sarà il reddito di cittadinanza o la Quota 100 a soddisfare questo bisogno di cambiamento e di riforma della struttura sociale, sia perché si tratta di due manovre inefficaci dal punto di vista occupazionale,
sia perché sono di difficile attuazione. La soluzione? “L’Italia avrebbe bisogno del modello di società che abbiamo visto operare nel primo Dopoguerra. Un modello in cui le spinte dal basso condizionavano il
complesso. Le imprese stanno ritrovando la voglia di andare avanti. Restano però della contraddizioni sociali importanti: la salute, il lavoro, la previdenza sociale. Non bastano piccole riforme, non bastano escamotage”.

      Giorgio De Rita, rapporto Censis

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