Caso Matei. Casa delle Donne: “Sentenza non riconosce la gravità della violenza”

Bologna, 5 mar. – Era il 2016 quando Olga Matei fu strangolata e uccisa nella sua casa di Riccione. Il suo assassino è l’uomo – reo confesso – con il quale si stava frequentando da un mese circa. Tre anni dopo, la sentenza consegna in appello una condanna dimezzata, da 30 a 16 anni, riconoscendo all’uomo alcune attenuanti, in particolare il fatto che avesse agito durante una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”. Uno sconto di pena che ha fatto scendere in campo sia la Procura, che aveva chiesto la conferma della condanna di primo grado e che quindi impugnerà la sentenza per chiedere che sia la Corte Suprema a valutarne il contenuto, sia le realtà e le associazioni in lotta per la difesa dei diritti delle donne.

“Quella definizione di ‘tempesta emotiva’ – commenta la presidentessa della Casa delle Donne Maria Cristina Risoldi – ricorda il delitto d’onore e ci ripone un problema non risolto: la psichiatria interpreta in termini psicopatologici le violenze degli uomini contro le donne e i femminicidi, per cui spessissimo in casi come questi viene data l’incapacità di intendere e di volere, che è una non-pena. Quindi non c’è il riconoscimento della violenza maschile dell’uomo sulla donna, che nel femminicidio ha la sua espressione più completa”. La psicoterapeuta Risoldi ha pubblicato un lungo post su Facebook nel quale si rivolge “polemicamente al collega psichiatra che ha fatto la perizia, perché non si usa in questi casi come chiave di lettura la cultura patriarcale”. Una sentenza che potrebbe inserirsi in un “disegno di restaurazione” di cui si fa portavoce quotidianamente l’attuale Governo di “cultura reazionaria”; oppure potrebbe essere dettato dalla “superficialità“, in maniera “altrettanto grave, in un momento storico, politico e culturale in cui le donne sottolineano la gravità dei femminicidi”.

      Maria Chiara Risoldi, Casa delle Donne

Secondo Lara Cecchini, avvocata di parte civile, “la sentenza porge il fianco a delle critiche, ora la Procura deve valutare gli elementi per fare un ricorso ammissibile. Riconoscere una diminuzione di pena legata alla gelosia vorrebbe dire ritornare al delitto d’onore. Come Parti civili abbiamo poca voce in capitolo per quanto riguarda la pena, ecco perché ci auguriamo che venga fatta giustizia“.

      Lara Cecchini, avvocata di parte civile

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