Bologna Violenta si dà al neomelodico – unplugged a Maps

5 apr. – Cosa succede quando Nicola Manzan abbandona pedali, pick-up, effetti e amplificatori? L’abbiamo scoperto nella puntata di Maps di venerdì scorso, quando il polistrumentista trevigiano non solo ha mostrato il suo lato unplugged, ma ci ha ulteriormente spiazzato con l’esecuzione suonata e cantata di una cover di Fabrizio Ferri, “il mio cantante neomelodico preferito; il testo di ‘Me pare ajere’ sembra quello di un pezzo hardcore: ‘Sono passati vent’anni, ma sono ancora qua’”. Da quando abbiamo conosciuto il grindcore brutale e sardonico di Bologna Violenta, invece, di anni ne sono passati una decina abbondante: era il 2006, infatti, quando siamo stati travolti da riff distortissimi, suonati alla velocità della luce su linee di batteria che paiono mitragliate, mischiati a stralci di sonoro di mondo movies e documentari. Tuttavia, il lato più melodico del musicista è emerso non solo nelle collaborazioni con Baustelle, Fast Animals and Slow Kids e Lo Stato Sociale: negli ultimi lavori le parti per violino spesso echeggiano romanticismo e tardoromanticismo e, lo scorso Natale, Nicola ha pubblicato in digitale un brano davvero straziante e melodrammatico, “L’ultima notte”, che parla di soldati in ritirata. “Si tratta di un canto tradizionale degli alpini, trascritto come tanti dal maestro Bepi De Marzi. Quando ho deciso di rifarlo senza plugin, in maniera del tutto acustica, sentivo che da un lato fosse molto Bologna Violenta, con quei sette strati di voci sussurrate, quindi l’ho firmato con quello pseudonimo”.

Tanti i cambiamenti in atto all’interno del progetto Bologna Violenta, a partire dal nuovo acquisto, il batterista Alessandro Vagnoni, che ha corteggiato on line per ben cinque anni Manzan, cominciando a suonare piatti e tamburi nello split con i Dogs for Breakfast e giungendo a registrare batterie, bassi e a curare il mix per l’ultimo LP Discordia: “Lui mi manda le registrazioni di batteria, io le taglio, le ricompongo, gliele rimando e poi lui deve suonarle dal vivo”, ci ha raccontato il nostro ospite con un certo sadismo, approfondendo i temi dell’album uscito esattamente un anno fa: “Per un po’ ho pensato che fosse Il nuovissimo mondo 2 [il riferimento è al secondo disco in studio di Bologna Violenta]: ma quando uscivano i Mondo Movies, nei primi anni ’60, nessuno sapeva nulla del mondo. Ora un bel documentario come quello di Leonardo di Caprio [Punto di non ritorno – Before the Flood, ndr] non è che racconti – soprattutto agli europei – qualcosa di nuovo: il dramma è che bisogna ancora dire le cose alla gente, altrimenti non ci pensa. Ecco da dove deriva il mio nichilismo. Ma per fortuna ho persone intorno con le quali non mi pare che il tempo sia buttato.” Ma la conclusione di Nicola è amara: “Faccio fatica a vedere una possibilità di salvezza per il genere umano: dovremmo ancora avere la decenza di sparire in maniera dignitosa.”

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