Black Monkey. Quando l’imputato minaccia il giornalista

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Bologna 31 mag.- E’ un silenzio assordante quello che da quasi sei mesi avvolge il più importante processo per mafia mai celebrato in Emilia-Romagna. Si sta svolgendo a Bologna e ieri è giunto alla sua quinta udienza.
Un silenzio, soprattutto, della stampa e dei media locali, che evidenzia prima di tutto una mancata conoscenza del reale senso della presenza dei clan in regione, se non addirittura una sua minimizzazione. A questi elementi già gravi che oggi pesano sul ruolo dell’informazione, si aggiunge il fatto che Nicola “Rocco” Femia – l’imputato del processo Black Monkey che la Procura antimafia di Bologna considera vicino a ‘ndrine calabresi e a capo di un sistema criminale operante del gioco d’azzardo illegale – denuncia proprio un “teorema giornalistico” alla base delle accuse a cui deve rispondere. E per due udienze consecutive, al centro di una “dichiarazione spontanea” rivolta al presidente del collegio giudicante, Michele Leoni, ha lamentato non solo la non correttezza delle indagini a suo carico da parte della Procura e degli investigatori della Guardia di Finanza (500 slot machine sequestrate, ha detto, e 500 mila euro in esse contenuti e “scomparsi”), ma soprattutto le falsità e le “porcherie” di cui parlano i giornali. Un’accusa certamente non rivolta alla stampa locale (che sul processo non ha ancora scritto una riga) ma in modo esplicito e insistito al giornalista Giovanni Tizian, parte civile nel procedimento giudiziario.
Così è accaduto che alla fine dell’udienza di ieri, Attilio Bolzoni di “Repubblica” e Lirio Abbate dell’”Espresso” hanno avuto un acceso scambio di battute con l’avvocato Francesco Calabrese che difende Femia. “Deve dire al suo cliente di non minacciare e pronunciare più il nome di Giovanni Tizian”, hanno detto i due giornalisti presenti per la prima volta in aula. Se per il difensore del presunto boss non si è trattato di “minacce”, ma “solo di un chiarimento”, per i due inviati Femia deve “chiarire e chiedere scusa a Tizian”, altrimenti torneranno ogni volta in aula a fianco del loro collega. Non solo loro, occorre dire, perché ieri tra i banchi del pubblico c’erano anche i giornalisti Rino Giacalone e Santo Della Volpe, il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti (costituitosi parte civile) Enzo Iacopino e Carlo Lucarelli, seduti insieme ai cittadini bolognesi, agli attivisti di Libera e a un gruppo di studenti di Sassuolo che in silenzio hanno assistito all’udienza.

L’unico silenzio, su questo processo, degno di rispetto.

Le voci di Lirio Abbate e Carlo Lucarelli alla fine dell’udienza

 

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