Amedeo Nerozzi. Il filo rosso della memoria che lega Marzabotto alla Catalogna

La sezione dell’Associazione nazionale dei Partigiani d’Italia di Marzabotto non porta il nome di un partigiano. Amedeo Nerozzi infatti non ha combattuto nella Resistenza italiana: era già morto quando i primi partigiani, nel settembre del 1943, hanno iniziato a salire in montagna per combattere, armi alla mano, i fascisti e l’occupante nazista. E non era nemmeno morto in Italia, ma sui monti della Catalogna. Nel 1938.

Amedeo Nerozzi era nato a Marzabotto nella primavera del 1891 da una famiglia di contadini. Militante socialista era diventato dirigente della lega contadina locale e nel settembre del 1920 sindaco di Marzabotto. Nel 1921 con svolta di Livorno aderì al Partito Comunista d’Italia. Lo squadrismo fascista, con le botte e le minacce di morte, lo costringe ad espatriare. Va in Belgio e poi, negli anni Trenta, decide di unirsi alle Brigate internazionali e di andare a sostenere la Repubblica spagnola contro il “llevantamiento” delle forze fasciste di Francisco Franco, appoggiate da Italia e Germania. E’ lì che morirà nel settembre del 1938 durante la battaglia dell’Ebro.

Gemma Domenech i Casadevall è la direttrice della Direzione generale della Memoria democratica del Dipartimento di giustizia del governo catalano. Durante le commemorazioni del 75esimo anniversario della strage di Monte Sole era a Marzabotto. Per riannodare il filo rosso della memoria che, attraverso la storia dell’ex sindaco antifascista Amedeo Nerozzi, lega il comune bolognese alla Catalogna repubblicana. Gemma Domenech ha incontrato le istituzioni e i rappresentanti del comitato regionale onoranze ai caduti di Marzabotto fornendo nuove informazioni sulla sorte dell’ex primo cittadino. Nerozzi, infatti, si credeva fosse morto l’8 settembre 1938 a Serra de Cavalls a seguito di un bombardamento, ma la Direzione generale di Memoria Democratica ha scoperto che in quel bombardamento il bolognese fu ferito e che, trasportato all’ospedale di Mora dell’Ebro, lì sia morto il 19 settembre a causa delle ferite riportate. Secondo le ricerche di Domenech e del suo staff, Amedeo Nerozzi sarebbe stato sepolto nella fossa comune nei pressi dell’ospedale.

Tutto ha avuto inizio quando Patrizia Zanasi, ex assessore comunale ed ex segretaria del circolo del Partito Democratico di Marzabotto, è andata a Barcellona e ha scritto il nome di Amedeo Nerozzi e le poche informazioni che si avevano sulla sua morte, nel grande registro che si trova presso la Direzione generale di Memoria Democratica. Da lì, come racconta Gemma Domenech, è stato possibile partire con le ricerche che sono arrivate a determinare una nuova data e un nuovo luogo di morte e sepoltura per il combattente italiano. I cui resti, in un futuro, potrebbero essere riesumati e il cui DNA confrontato con quelli dei nipoti viventi. Come è successo con Elio Ziglioli, combattente antifranchista anarchico italiano di Lovere, nella Bergamasca, ucciso nel 1949 e i cui resti sono stati riportati in val Camonica nel 2018.

Il governo catalano è impegnato da anni, e ultimamente con maggior vigore, nell’opera di identificazione delle circa 10mila persone sepolte nelle 517 fosse comuni della Catalogna riempite dalla Guardia Civile e dai franchisti con le spoglie dei combattenti antifascisti uccisi.

A metà del prossimo novembre, una delegazione di Marzabotto, con in testa la sindaca Valentina Cuppi e guidata da Patrizia Zanasi, andrà in Catalogna e porrà una targa nel luogo in cui è stato sepolto Amedeo Nerozzi.

      Gemma Domenech

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