Adattamenti. Il fallimento della Cop25 e la “transizione interminabile”

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16 dic. – La Cop25 di Madrid si è conclusa senza un’intesa sui mercati della CO2. Un fallimento annunciato? È di questa idea Emanuele Bompan, giornalista ambientale, che mette in cima alla lista proprio la mancata approvazione della revisione dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sul mercato del carbonio: “Doveva essere un accordo molto più complesso e riflettere l’ambizione degli Stati verso azioni di decarbonizzazione più coraggiose”, commenta. Nonostante le poche note positive, come la tutela del meccanismo “loss and damage” o l’approvazione del “Gender Action Plan”, il segnale peggiore arriva dalla politica, “perché ci sono Governi che non intendono proseguire nella strada tracciata dall’Accordo di Parigi, come quello di Jair Bolsonaro, gli Stati Uniti, la Cina”. Ed è qui che “è bene che l’Europa dimostri di voler attuare il Green New Deal”.

Della stessa idea anche il climatologo e meteorologo Luca Mercalli, che definisce la Cop25 “una sconfitta” e attribuisce all’Europa ora il compito di fissare quelle regole per il proprio mercato interno, che possano andare a condizionare anche le importazioni. Secondo Mercalli un ruolo chiave lo avrà anche la “finanza internazionale verde”, che può essere più rapida della politica “togliendo finanziamenti a produzioni inquinanti per destinarli a quelle virtuose”.
“La finanza ha un ruolo fondamentale in questa transizione – aggiunge Andrea Di Stefano, direttore della rivista Valori – ma non tutta si è attrezzata per sostenerlo”. In questa battaglia “la finanza deve decidere da che parte stare: spesso proclama di essere sostenibile ma si tratta più di posizionamenti d’immagine e marketing, mentre in realtà sta cercando di capire se i regolatori saranno in grado di imprimere una linea chiara, tagliando i ponti alle fonti fossili, o se questa transizione sarà rinviata o moderata”. Anche Di Stefano ritiene che la soluzione vada individuata nel Green New Deal: “L’Unione Europea deve rafforzarlo mettendo la carbon tax alle frontiere”, conclude.

Da Madrid alla Basilicata, dove il consigliere regionale del Partito Democratico Piero Lacorazza è stato uno dei promotori del Referendum del 2016 sulle trivelle, che prevedeva l’abrogazione della norma di estensione delle concessioni per l’estrazione. Una vicenda ripercorsa nel volume Il miglior attacco è la difesa. Costituzione, territorio, petrolio (People) a partire dall’avvio della riforma costituzionale e del decreto Sblocca Italia: “Io non sono un no triv – spiega subito – pur essendo uno dei promotori di quel referendum”. Il punto per Lacorazza è capire quando la “transizione interminabile” italiana, che rimane necessaria, terminerà: è fondamentale fissare “un termine oltre il quale non si andrà più e capire quando inizia davvero questa rivoluzione”.

Le rubriche di oggi: Rock ‘n’ Roll Robot a cura di Damiana Aguiari e la rassegna stampa con le news da Nord Africa e Medio Oriente.

      Adattamenti - 16 dicembre 2019

Roberta Cristofori

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