Adattamenti. Bioplastiche nell’umido? C’è chi dice no

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14 nov. – Le bioplastiche non vanno gettate nell’umido. Lo dicono Bioenergia Trentino ed Ecocenter Bolzano, che ogni giorno fanno i conti con la contaminazione dell’organico nei loro impianti. Anche se i sacchetti delle verdure, le borse della spesa, i piatti e i bicchieri sono biodegradabili, non significa infatti che siano compostabili. E anche se lo fossero, i tempi di degradazione non sono sempre funzionali alla produzione del compost e al trattamento del rifiuto organico. Che fine fanno quindi le bioplastiche che acquistiamo a caro prezzo? In questi impianti “il prodotto non viene compostato ma separato e bruciato”, spiega l’ingegner Michele Zorzi di Bioenergia Trentino. Per questo l’invito è, paradossalmente, a gettarlo nell’indifferenziato e non nell’organico. I problemi sono due, uno di natura tecnica, ovvero che “i materiali sono dichiarati compostabili in determinate condizioni e tempi ma gli impianti all’avanguardia non riescono a degradarli nei tempi indicati dalla certificazione di compostabilità”, perciò la parte che passa nel circuito dopo la pulizia in testa, si ritrova in coda; e uno legato al circuito della raccolta: “Non si possono risolvere i problemi ambientali sostituendo la plastica con un altro materiale, perché bisogna puntare sull’eliminazione dell’usa e getta”. In questo senso, la tassazione sulla plastica non farà altro che aggravare il problema, perché “tutti vireranno su materiale alternativo, mentre bisognerebbe eliminare e ridurre la produzione dell’imballaggio” puntando sul riutilizzo.

Sebbene le bioplastiche rimangano una scelta migliore della plastica, in quanto almeno abbandonate in ambiente si degradano, rimane da capire come debbano gestirle gli impianti. Chi le produce, come Assobioplastiche, ribadisce che “secondo la normativa italiana le plastiche compostabili sono assimilabili alla frazione organica”. A rinforzare il concetto è il presidente Marco Versari, che sostiene perciò che debbano essere “i sistemi di trattamento ad adeguarsi al mix dei materiali compostabili che entrano negli impianti di trattamento”. Oltre a un adeguamento delle tecnologie, persiste una “criticità sul riconoscimento e comunicazione delle modalità di riconoscimento delle frazioni”, aggiunge. “Stiamo chiedendo da tempo la costituzione di un consorzio di filiera che potrebbe lavorare con gli impianti, altrimenti il rischio è che un’opportunità diventi una criticità”. E infine, avendo investito molto nella selezione in entrata dei materiali, secondo Versari si è preferito usare le bioplastiche per produrre energia, quindi bruciandole e trattandone solo una frazione, piuttosto che immetterle nel ciclo. Ma la selezione dovrebbe essere un modo per recuperare materia, rendendo i processi quanto più circolari possibili. Per il presidente di Assobioplastiche le soluzioni sono già a portata di mano e oggi “se ne percepiscono le criticità ma tutto è oggetto di progetti di ricerca che vedono già coinvolti i maggiori attori”.

Nella puntata di oggi un nuovo appuntamento con la rassegna stampa USA a cura di Alice Ciulla e Pensatech con Damiana Aguiari.

      Adattamenti - 14 novembre 2019

Roberta Cristofori

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