8 marzo. Quote blu per ridurre il gender gap

Bologna, 8 mar. – C’è la storia di Laura, 38 anni, licenziata all’annuncio del matrimonio perché “poi resterà incinta” e c’è quella di chi, interpellata sulle differenze di genere, ti risponde “io non trovo lavoro se non tolgo la fede”. Sono storie di ordinaria discriminazione di genere. In Italia, spiega l’economista dell’Università di Siena, Francesca Bettio – tra le  fondatrici del portale Ingenere, “più che sulla paga le differenze di genere si vedono sull’occupazione“. Nella fascia 25-49 anni “le donne single sono occupate all’80%, le donne sposate senza figli 70%, le donne con figli al 56%”.

Per raccontare il gender gap in Italia siamo partite dalla Svezia con un reportage di Simone Sabattini, pubblicato sul Corriere.it all’interno di uno speciale dedicato alle elezioni europee. In Svezia gli uomini prendono mediamente 4 mesi di congedo alla nascita dei figli e questo ha delle ricadute sull’occupazione femminile e sulla riduzione del divario salariale. Qual è stata la svolta? L’introduzione delle quote blu: “Se l’uomo non prende i mesi di congedo vanno persi” spiega Sabattini. “Si parla tanto di quote rosa nei cda, ma finché non si riesce ad affrontare il problema dal punto di vista familiare le donne non avranno mai possibilità di carriera alla pari con gli uomini”.

“Non potrei essere più d’accordo” commenta Francesca Bettio sulle “quote blu”. “Sicuramente se ci dev’essere un cambio di politica, deve coinvolgere gli uomini e un loro coinvolgimento nel lavoro di cura”.
Tra le donne, c’è anche chi fatica a farsi riconoscere anche il diritto alla maternità obbligatoria: sono le mamme con la partita IVA. Valentina Simeoni, autrice del libro omonimo, racconta la difficoltà: “E’ un tipo di lavoro che dovrebbe non fermarsi mai”.

La puntata di Oltre le Mura

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Con la collaborazione di Maria Centuori e Marcello Caponigri

 

 

 

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