“2640, un disco catartico”. Intervista a Francesca Michielin

30 gen. – Francesca Michielin ha presentato ieri pomeriggio alla Feltrinelli di Piazza Ravegnana il suo terzo album 2640, “un disco molto diretto, esplicito, nel quale ho detto esattamente ciò che volevo dire”. Un album, ha spiegato la giovane cantautrice veneta ai microfoni di Cotton Fioc, nel quale ha “usato un linguaggio molto quotidiano, senza nascondere nulla, raccontando tutto quello che volevo comunicare”. Il 2018 del mainstream italiano si apre finalmente con la pubblicazione di un grande album pop che coniuga freschezza e grandi intuizioni di songwriting: siamo dunque molto felici di ospitare a Cotton Fioc questa amabile chiacchierata con Francesca.

Benvenuta a Radio Città del Capo, Francesca. Eri già stata a Bologna?
Sì, ci sono già stata diverse volte, mi piace moltissimo. È una città super ispirante, c’è un’atmosfera molto particolare.

Bologna è una città molto viva anche dal punto di vista del sottosuolo culturale. Tu provieni dal mainstream, ma negli anni hai mostrato attenzione al panorama musicale underground: ti è mai capitato di andare a vedere un concerto qui a Bologna o seguire degli artisti della nostra città?
Non ho mai visto un concerto a Bologna, se non quello di Tiziano Ferro allo stadio quest’estate in compagnia di alcuni miei amici. Ci sono però molti cantautori bolognesi che mi piacciono moltissimo, in primis Cesare Cremonini, che è sempre stato un artista che ho amato. E poi, ovviamente, ci sono anche quelli che a Bologna vanno ad abitare, per esempio lo stesso Calcutta con cui ho lavorato tanto per questo disco; è innegabile che Bologna su di lui ha avuto un’influenza particolare.

Raccontaci di questo disco, partendo da un titolo che vuol dire molto per te: 2640.
2640 è l’altitudine di Bogotà. Ho scelto questo titolo perché, circa un anno fa, volevo andare in Colombia a fare un’esperienza particolare di volontariato, poi però sono rimasta qui: mi sono resa conto che i viaggi vanno affrontati non solo con lo slancio e l’entusiasmo della partenza ma anche con la consapevolezza che tante cose che devi risolvere qui non si risolvono spostandosi. Devi rimanere concentrato e dirimere un po’ di questioni: questo disco, infatti, è stata in un certo senso una risoluzione. L’ho scritto quasi come se fosse una catarsi, volevo dire un sacco di cose e trasformare tante sensazioni (positive e negative) in musica.

Ascoltando l’album ho scoperto che sei una fan della Formula Uno! L’album si chiude con un brano intitolato “Alonso”.
Sono una grande appassionata di Formula Uno: per me è più di uno sport, è un po’ quel modo con cui io e la mia famiglia ci riuniamo tutte le domeniche da Marzo in poi. Mi sono affezionata tanto alla Formula Uno, è vero che è lunga come gara rispetto alla MotoGP, ma ha alcuni aspetti che mi gasano molto. Poi sono anche fan di Alonso, lo seguo e lo ammiro perché è molto veritiero, diretto, sanguigno, passionale nelle cose che fa. Mi è sempre piaciuto questo suo animo che è molto diverso e contrastante rispetto magari ad altri piloti.

Qual è il brano di 2640 che meglio rappresenta Francesca ora?
Credo che “Comunicare” sia il brano manifesto: viene raccontata tutta la mia vita senza peli sulla lingua, ed è un brano molto diretto, in cui sono convogliati messaggi vocali di familiari e amici in giro per il mondo. Rappresenta bene la mia situazione attuale; tra l’altro è l’ultimo pezzo che è stato scritto, risale a un mese e mezzo fa.
Ti manca qualcosa dei tuoi lavori precedenti all’interno di 2640?
No, credo che questo disco sia abbastanza organico e parla come un blocco unico, i pezzi sono imprescindibili l’uno dall’altro, e quindi inserire altre cose vecchie non sarebbe giusto. Di sicuro, però, il concetto dei gradi di separazione (e tutto quello che, a livello iconografico, quel singolo è stato) è poi tornato in questo disco: la tematica dei muri, dei mulini a vento, degli alberi. 2640 è un disco ecosostenibile, ogni 200000 stream piantiamo un albero in Kenya. Diciamo che il concetto dell’albero è rimasto. Siamo già a più di sessanta alberi piantati, sarà bello andare in Kenya a visitare questa foresta.

Tu sei uscita da un talent: nel tuo caso cosa pensi abbia fatto la differenza, rispetto ad altri che si sono persi dopo poco?
Ah, questo non lo so, non lo so davvero. È anche vero che, nel mio caso, sono passati quasi sei anni, quindi devo dire che io ho fatto delle esperienze anche dopo. Bisogna dare del tempo a tutti di esprimersi secondo me. Sì, talvolta i talent possono tarpare le ali, ma è sempre una questione di tempo, di come lo si investe e di che fretta si ha nel fare le cose, secondo me. Se qualcuno ha qualcosa da dire, troverà sempre il modo per dirlo.

Francesca, tra qualche tempo comincia il tour, il 25 marzo sarai all’Estragon. Quanto è importante il live per te?
È una parte fondamentale, credo la più bella. Mettersi in contatto davvero col pubblico è un’esperienza pazzesca che vale più di tutto il disco: si crea qualcosa che non si riesce a riprodurre su disco. Ci stiamo impegnando tantissimo, faremo qualcosa di molto particolare, anche dal punto di vista grafico.

 
Ascolta il podcast dell’intervista a Francesca Michielin realizzata da Luca Jacoboni per Cotton Fioc:

      Intervista a Francesca Michielin

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