2 Agosto. La reazione di Bologna al “processo impossibile” di Piazza Fontana

Benedetta Tobagi, foto pubblicata su Facebook

Bologna, 31 lug. – Oltre alle analogie, fatte di eversione nera e complicità con i servizi segreti, di depistaggi e terrorismo, c’è un filo che unisce la strage alla stazione del 2 agosto 1980 a quella di Piazza Fontana. “Nel 1979 si era arrivati a condanne importantissime per Piazza Fontana, non solo per Franco Freda e Giovanni Ventura. Poi nel 1981, due anni dopo, queste condanne vengono cancellate dalle prime assoluzioni generalizzate. È uno shock per tutta la nazione, che a Bologna provoca una reazione: la volontà di organizzarsi in associazione da parte dei familiari che, spaventati da quell’esito processuale, decidono di unirsi per tenere alta l’attenzione”. A raccontarlo è Benedetta Tobagi, figlia del giornalista e scrittore Walter Tobagi, ucciso nel 1980 dalle Brigate XXVII marzo, autrice del volume Piazza Fontana. Il processo impossibile (Einaudi).

L’associazione Familiari delle Vittime ha saputo insistere in tutti questi anni “per arricchire e approfondire un percorso giudiziario”, vanificando le “battaglie innocentiste nate intorno ai processi”. Da parte sia di quella “subcultura di destra, ancora viva, che ha tramandato ai suoi militanti una narrazione che continua a sostenere la loro innocenza nonostante le sentenze passate in giudicato”; ma dall’altra anche di una certa sinistra, come il caso del Comitato ‘E se fossero innocenti’, nato nella sede dell’arci di Roma a difesa dell’innocenza di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. “Questa narrazione – spiega Tobagi – ci parla della difficoltà dell’Italia nel gestire le memorie divise“. E una delle cause principali risiede proprio nell’enorme complessità di questi “processi impossibili”: Piazza Fontana, Piazza della Loggia, la stazione di Bologna.

      Benedetta Tobagi, Piazza Fontana

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