Una proposta per l’ex Beretta: il Comune faccia una start-up d’impresa per creare un ostello

Il caso dell’asta deserta dell‘ex istituto Beretta di via XXI Aprile conferma quanto i cittadini del quartiere e  alcune forze politiche vanno sostenendo da tempo: l’idea dell’AUSL di vendere l’ex “Villa Sabauda” per fare cassa non ha senso. Il mercato immobiliare è fermo: si devono abbassare le pretese, ma a quel punto si tratterebbe di una pura svendita a qualche immobiliarista, operazione che avrebbe un sapore ambiguo…
Bene hanno fatto dunque i consiglieri comunali del M5S a far votare un ordine del giorno che ha trovato consensi a destra come a sinistra per mantenere quel bene pubblico. O al limite, in caso di vendita, per vincolarlo a precise attività: ostello, cultura, socialità, etc. etc.

Tuttavia un progetto del genere per avere gambe deve anche contenere indicazioni più precise. Il modo per uscirne c’è, si tratta di invertire la tendenza delproject financing” attuata finora, dove i privati fanno un investimento sapendo che il costo  (e quindi il rischio) sarà poi riassorbito dal pubblico.
Bisogna invece investire fondi su un progetto d’impresa che restituisca il capitale iniziale e produca entrate per il Comune.
L’ex Beretta potrebbe benissimo essere ristrutturato per diventare un modernissimo ostello a costi contenuti, che possa ospitare persone che giungono in città per seguire le cure dei propri familiari: gli affitti di camere per ragioni sanitarie sono un mercato enorme in città, spesso gestito attraverso mediazioni in “nero”, anche perché solo pochi hanno la possibilità economica di sostenere i costi di un lungo soggiorno negli alberghi e hotel cittadini.

Resta il fatto che Bologna è uno dei poli ospedalieri più importanti del paese e i numeri dei ricoveri e delle relative necessità di assistenza sono imponenti.
Il Comune dovrebbe mettersi d’accordo con Regione e Ausl per mantenere il bene ad uso pubblico. Si può lanciare una start-up d’impresa: bandire un concorso per tutti coloro che siano interessati a farsi carico dei costi di ristrutturazione per gestire poi l’ostello.
I locali, oltre alle camere per gli ospiti, potrebbero contenere bar, servizi di ristorazione, eventuali empori o minimarket e servizi navetta per il centro e per i principali ospedali della città.
Le potenzialità in termini imprenditoriali e occupazionali sono molto elevate. Naturalmente l’operazione andrebbe sostenuta: non con soldi a fondo perduto ma con contributi in conto capitale da restituire attraverso l’attività di impresa. A questo si aggiungerebbe l’entrata per l’affitto (a prezzi equi) della struttura. Anche le fondazioni bancarie ovviamente, pur nelle attuali ristrettezze, potrebbero fare la loro parte.
Dobbiamo poi pensare che oltre al turismo di cura la struttura amplierebbe le potenzialità di ricezione turistica per studenti, giovani e famiglie a basso reddito (l’attuale ostello è oltre il parco nord in aperta campagna…).
Insomma le soluzioni ci sono: la vendita per fare la solita speculazione sull’area, trasformando i locali in garage e miniappartamenti (che sempre più  spesso restano invenduti…) non è un destino già scritto.

Paolo Soglia

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