Un Tavor per il Cardinale

L’ultimo editoriale che abbiamo pubblicato prende spunto dalle dichiarazioni di un uomo che reputiamo tra i pochissimi, oggi, in Italia, ad avere un alta levatura morale.

E’ un prete. Si chiama Don Luigi Ciotti ed è presidente di Libera. Il fatto che sia prete, per quanto ci riguarda, non aggiunge nè toglie nulla, pensiamo invece che riguardi, e molto, Don Ciotti medesimo.

Siamo oggi ad occuparci di un altro prete, con ben più paramenti (non sappiamo se con gli stessi meriti). Egli è cardinale, e come tale ogni sua parola viene pesata come fosse oro. Il Signor Cardinale oggi ha lanciato un’invettiva fuori dal comune – “inedita” come l’ha definita il Presidente Errani – contro le disposizioni previste dalla finanziaria regionale che equiparano, per l’accesso al welfare, le coppie di fatto con quelle sposate.

Quando in politica si toglie a qualcuno per dare ad altri, succede inevitabilmente che gli ex beneficiari, una volta esclusi abbiano da ridire e facciano le barricate. Non è questo il caso: nulla viene tolto a chi (come molti di noi) è regolarmente sposato e magari ha figli, semplicemente si ratifica un principio di diritto – elementare –  secondo il quale l’accesso al  welfare dev’essere garantito ad ogni cittadino. Si parla quindi di una estensione, non di una sottrazione agli uni per dare ad altri.

La furia scomposta con la quale il cardinale ha lanciato la sua invettiva non trova dunque alcuna giustificazione. I corifei di è-tv hanno subito dato fiato alle trombe televisive e radiofoniche per supportare le parole di Caffarra, allestendo una diretta con un parterre imbarazzante tanto era schierato: non si sono neanche presi la briga di trovare qualcuno che avesse una vaga idea divergente da quella del rappresentatante di Dio in via Altabella, neanche a pescarne uno il più bolso e innocuo possibile.

C’è tuttavia un aspetto, tra i tanti, che ci da un fastidio particolare. E’ una frase che citiamo testualmente. Caffarra, dopo aver invitato esplicitamente ad infrangere le Leggi democraticamente discusse da un’assemblea popolare, si è lanciato in una vera e propria fatwa: “Dio vi giudicherà, anche chi non crede alla sua esistenza, se date a Cesare ciò che è di Dio stesso”.

Non ci capita spesso di entrare così a piedi pari in un ragionamento che riguarda l’Altissimo, anche perché – da non credenti – nutriamo comunque un certo distaccato rispetto per i credi altrui. Visto però che il cardinale ci chiama in causa è doveroso rispondere. Può darsi che questo Dio vilipeso, disgraziato, a cui è stato appena inflitto l’oltraggio di vari olocausti, e che tutt’ora convive con una umanità condannata alla fame per un sesto dei suoi appartenenti – perché non si trovano mai quei fondi che alle banche sono stati assegnati in misura venti volte maggiore, in appena un mese, quando c’è stato il default delle borse – possa anche essere un Dio che riserva delle sorprese.

Esimio cardinale, questo Dio che Lei tira in ballo con la supponenza di un consigliere d’amministrazione che fa pesare il suo pacchetto di maggioranza, se mai ci fosse, potrebbe pure risentirsi di essere evocato su questioni così marginali come la finanziaria in discussione alla Regione Emilia-Romagna. Ma per Lei la delusione potrebbe anche essere maggiore: che a forza di insistere Dio alla fine ceda, e si legga la delibera. E magari a quel punto ci dia pure ragione.

Paolo Soglia

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