“Un rimpianto? Aver scelto Fujiya & Miyagi come nome della band”. Intervista a David Best


10 nov. – Era il 2006 quando uscì in Inghilterra Transparent Things, il secondo album di Fujiya & Miyagi che li rese un piccolo culto underground. L’anno successivo il disco – uno spudorato omaggio alle declinazioni più accessibili e pop di certo kraut-rock, una sorta di risciacquatura dei panni nel Tamigi di Neu! e Can, con i dovuti riguardi alla grammatica dance della metà degli anni Zero – uscì per il mercato nord-americano, e proprio per celebrare il decennale di tale versione il prossimo 17 novembre vedrà la luce il vinile della 10th Anniversary Edition.

In occasione della ristampa di Transparent Things, il quartetto di Brighton sarà a Bologna per una data unica italiana al Locomotiv: abbiamo intervistato il frontman David Best alla vigilia del loro ritorno in città.


Sono passati undici anni dall’uscita di Transparent Things: com’è riprendere in mano questo disco dopo tutto questo tempo?

Beh, quell’album è stata l’introduzione per la maggior parte delle persone al nostro gruppo: in qualche modo ha definito la nostra estetica, in un primo momento. Non sono un nostalgico, ma è molto bello guardarsi indietro e rivisitare questo album. Era quasi 9 anni che non suonavamo queste canzoni. È stato molto divertente riprendere in mano le canzoni e suonarle di nuovo, è un po’ come fare visita a dei vecchi amici: forse suona un po’ sdolcinato, ma tant’è.

Negli ultimi tempi siete stati molto attivi: avete pubblicato tre EP, poi condensati lo scorso Aprile nella vostra ultima fatica discografica, l’album omonimo Fujiya & Miyagi. Si può tracciare un parallelo con Transparent Things?
Sì, è molto interessante ascoltare questo disco e ipotizzare un paragone con Transparent Things: ci sono ovviamente elementi in comune tra questi due lavori a distanza di anni (la presenza di synth, il cantato sussurrato) ma ora è abbastanza chiaro che siamo andati altrove. Anche se il nostro stile si è sempre mantenuto abbastanza sottile e definito, lo abbiamo davvero portato in posti diversi. Questo paragone mette in luce aspetti diversi di quello che siamo stati. Personalmente li amo entrambi, sono come due lati diversi della stessa moneta.

Come verrebbe fuori un disco come Transparent Things se lo registraste oggi?
Quando lo abbiamo pubblicato non era un periodo in cui andavano particolarmente di moda i Can, o i Neu!; sì, c’erano gli Stereolab e un po’ di band americane che avevano rivisitato quegli stili, ma al di là di ciò quello che ci rese diversi erano il nostro amore per Prince, per i Talking Heads, per David Bowie. Abbiamo combinato queste influenze combinandole con dei ritmi più serrati. Non saprei, davvero, l’industria musicale è così cambiata in questo decennio che è davvero difficile immaginare un lavoro del genere nascere in uno scenario differente. Ora siamo a bordo di un un treno completamente diverso: per certi versi è molto eccitante, certo, però adesso è tutto così istantaneo, chiunque può pubblicare o creare un disco nel momento in cui lo desidera; stiamo viaggiando ad una velocità molto diversa rispetto ad allora.

Guardando indietro a quello che avete realizzato da allora, hai qualche rimpianto? Qualcosa che faresti in maniera diversa col senno di poi?
Avrei scelto un nome diverso per la band!

Davvero? Devo ammettere che anch’io ero tra quelli che all’inizio pensavano foste un duo giapponese.  “We’re just pretending to be japanese”, cantavate nell’indie-anthem ‘Photocopier‘, proprio in Transparent Things.
Sì, è una cosa che ha sempre confuso le persone. A dirla tutta, anche in giapponese non ha alcun senso, credo voglia dire “negozio di dolci e una montagna”. Se tornassi indietro nel tempo assolutamente sarebbe la prima cosa che modificherei. Qualora non avessimo mai suonato live sarebbe stata anche carina come idea, ma poi ovviamente le cose sono andate diversamente. All’inizio, non doveva esserci nessuna fotografia di noi: nel momento in cui ci scattarono la prima foto, questa cosa iniziò a non avere più alcun senso.

Parliamo del futuro. Cosa bolle in pentola? Una volta finito questo tour, che cosa vi aspetta nelle prossime settimane?
Dunque, a Capodanno suoneremo in Cina, e poi torneremo sicuramente in tour negli Stati Uniti. Ci piace tenerci impegnati, ma siamo anche molto carichi per metterci al lavoro per il nuovo disco.

Ascolta il podcast integrale dell’intervista a David Best ai microfoni di Cotton Fioc.

Tag

Get the Flash Plugin to listen to music.