Trans. Via libera della Cassazione al cambio di sesso senza operazione

Bologna, 20 lug. –  Non è necessario l’intervento chirurgico per le persone trans per ottenere il cambio di sesso all’anagrafe. E’ la storica sentenza che arriva dalla prima sezione della Corte di Cassazione.
Il ricorso, presentato dalla associazione di avvocati per i diritti Lgbt Rete Lenford, riguarda il caso di una persona trans di 45 anni che da 25 anni vive come donna, pur rifiutando l’operazione chirurgica di demolizione degli organi sessuali. Ha raggiunto nel tempo “un equilibrio psico-fisico” spiega la rete Lenford.

La sentenza della Cassazione segue quelle di rigetto del tribunale di Piacenza e della corte d’appello di Bologna, a cui la trans si era rivolta per ottenere la rettificazione dello stato civile e che avevano respinto la richiesta seguendo la giurisprudenza che fino ad ora è stata prevalente, cioè quella che “subordinava la modificazione degli atti anagrafici all’effettiva e concreta esecuzione del trattamento chirurgico sui caratteri sessuali primari (organi genitali)”. Di fatto una sterilizzazione, secondo diverse associazioni Lgbt. Il Mit, al riguardo, ha lanciato da tempo la campagna “Un altro genere è possibile” e a gennaio ha presentato ricorso alla Corte Costituzionale.

Per la presidente dell’associazione avv. Maria Grazia Sangalli la Cassazione ha chiarito che “l’intervento chirurgico di riassegnazione – quando non è frutto di una scelta personale – è uno strumento lesivo dell’integrità fisica e della dignità umana”.

La Cassazione, riposta la Rete Lenford nel suo comunicato, sostiene che “La percezione di una disforia di genere (secondo la denominazione attuale del D.S.M. V, il manuale statistico diagnostico delle malattie mentali) determina l’esigenza di un percorso soggettivo di riconoscimento di questo primario profilo dell’identità personale né breve né privo d’interventi modificativi delle caratteristiche somatiche ed ormonali originarie. Il profilo diacronico e dinamico ne costituisce una caratteristica ineludibile e la conclusione del processo di ricongiungimento tra ‘soma e psiche’ non può, attualmente, essere stabilito in via predeterminata e generale soltanto mediante il verificarsi della condizione dell’intervento chirurgico”.

E ancora: “il desiderio di realizzare la coincidenza tra soma e psiche è, anche in mancanza dell’intervento di demolizione chirurgica, il risultato di un’elaborazione sofferta e personale della propria identità di genere realizzata con il sostegno di trattamenti medici e psicologici corrispondenti ai diversi profili di personalità e di condizione individuale. Il momento conclusivo non può che essere profondamente influenzato dalle caratteristiche individuali. Non può in conclusione che essere il frutto di un processo di autodeterminazione verso l’obiettivo del mutamento di sesso, realizzato mediante i trattamenti medici e psicologici necessari, ancorché da sottoporsi a rigoroso controllo giudiziario. La complessità del percorso, in quanto sostenuto da una pluralità di presidi medici (terapie ormonali trattamenti estetici) e psicologici mette ulteriormente in luce l’appartenenza del diritto in questione al nucleo costitutivo dello sviluppo della personalità individuale e sociale, in modo da consentire un adeguato bilanciamento con l’interesse pubblico alla certezza delle relazioni giuridiche che costituisce il limite coerentemente indicato dal nostro ordinamento al suo riconoscimento”.

Secondo la Cassazione, in conclusione: “L’interesse pubblico alla definizione certa dei generi, anche considerando le implicazioni che ne possono conseguire in ordine alle relazioni familiari e filiali, non richiede il sacrificio del diritto alla conservazione della propria integrità psico fisica sotto lo specifico profilo dell’obbligo dell’intervento chirurgico inteso come segmento non eludibile dell’avvicinamento del some alla psiche. L’acquisizione di una nuova identità di genere può essere il frutto di un processo individuale che non ne postula la necessità, purché la serietà ed univocità del percorso scelto e la compiutezza dell’approdo finale sia accertata, ove necessario, mediante rigoroso accertamenti tecnici in sede giudiziale”.
Il senatore democratico Sergio Lo Giudice, che nel giugno 2013 ha deposito un ddl sul tema, commenta: “L’inerzia del Parlamento sui diritti civili sta trasformando l’Italia in un paese di common law: le regole sul riconoscimento dei diritti le definiscono i tribunali, mentre il Parlamento assiste muto e inerte all’ennesimo smacco per la politica nazionale.”

 

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