Il tentativo di accordo tra ‘ndrangheta e politica a Reggio Emilia

Bologna, 23 mar. – La ‘Ndrangheta tentò un patto con la politica a Reggio Emilia. L’ipotesi della Dda di Bologna che ha individuato nel consigliere comunale di Fi Giuseppe Pagliani, coinvolto nell’inchiesta ‘Aemilia’, un referente dei calabresi, trova riscontri nelle parole di Giuseppe Giglio, imprenditore imputato e collaboratore di giustizia da poco più di un mese. Giglio, ritenuto uno degli organizzatori dell’associazione ‘ndranghetistica emiliana, in uno dei primi colloqui da pentito racconta delle riunioni del 2012, di cui fu informato da Alfonso Diletto, per i Pm uno dei capi. Diletto gli disse: “Guarda – ricostruisce Giglio, in un verbale a disposizione delle parti che l’ANSA ha potuto visionare – non è solo per l’interdittiva che ci hanno dato, ma abbiamo la possibilità perché abbiamo fatto un patto con il politico Pagliani che ci darà del lavoro. In cambio noi gli dobbiamo trovare dei voti” e finanziamenti. “Questo – spiega Giglio – era tutto, l’accordo e il patto politico, diciamo, che c’è stato”.

“E come è andato poi questo patto? E’ andato avanti, che lei sappia?”, domanda il Pm. Giglio dice di no, spiegando che “non è andato avanti solo perché poi cioè… per tutte le notizie, cioè per il polverone che si era alzato, diciamo, sia di giornalismo e sia per il resto, giustamente, non è andato avanti”. L’imprenditore, per cui i Pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi hanno chiesto una condanna a 20 anni in abbreviato, ha iniziato a collaborare e il primo incontro risale al 9 febbraio. Sempre parlando della riunione, spiega di non esserci andato. Ma ricorda che ci fu “un patto diciamo politico, da una parte promessi voti e finanziamenti, dall’altra promesse diciamo di lavori in regione, provincia e comune” oltre ad “un quieto vivere diciamo per il prefetto, perché il prefetto aveva alzato un po’ un polverone” con le interdittive antimafia. E così nel 2012 “è venuto da me Diletto dicendo che era fissata una riunione” con un politico di cui “non sapevo neanche il nome”, dicendo “che ci avrebbe dato una mano perché c’erano state le interdittive”. Una mano “a frenare il prefetto”, completa più avanti. Per Pagliani, anche lui imputato in abbreviato, la Procura ha chiesto 12 anni per concorso esterno.

La struttura e i capi, ma anche l’autonomia del gruppo di ‘Ndrangheta nel mirino dell’inchiesta Aemilia e i rapporti con il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri. Giglio spiega ai Pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi chi sono gli ‘affiliati’ alla ‘Ndrangheta del gruppo emiliano: fa i nomi di Nicolino Sarcone, Alfonso Diletto, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri, Gaetano Blasco e Antonio Valerio. Alla domanda su chi glielo ha detto, Giglio risponde indicando Blasco, uno dei due dell’intercettazione con le risate sul Sisma del 2012: “Quelli che erano affiliati – dice Giglio – li chiamava fratelli, ‘questo mio fratello, quello è mio fratello, quell’altro è mio fratello”. E chi chiamava fratello? “Lamanna era un fratello, il Diletto era un fratello, il Sarcone era un fratello, il Gualtieri”. ‘Fratelli’, tutti imputati nel processo con ruoli di vertice, che gestivano le operazioni al nord, con una propria autonomia, conferma Giglio. Ma che mantenevano anche un rapporto con Grande Aracri. “I soldi a Nicolino arrivano mo’ al di fuori da quel recupero o non quel recupero, cioè tutti i mesi o ogni volta che ce n’è bisogno per gli avvocati e per quant’altro, arrivano i soldi giù. Questo glielo posso dire con certezza perché ne abbiamo discusso sia con Sarcone, sia con Diletto”. Soldi portati in contanti, tramite corrieri. E il ruolo di Giglio, che dice di non essere un ‘affiliato’, qual era in tutto questo? “Anche se io non sono una persona, diciamo, che sono stata battezzata, come devo dire, però per loro ero un punto grosso di riferimento”, soprattutto “nel circuito di fatture, nelle mie conoscenze dei lavori”. Dichiarazioni che sembrano sostanzialmente confermare l’ipotesi accusatoria alla base del processo iniziato oggi per 147 imputati, mentre per un’ottantina di persone ad aprile ci saranno le sentenze del rito abbreviato e dei patteggiamenti.

 

Tra le relazioni messe a fuoco nei primi interrogatori con i Pm della Dda di Giuseppe Giglio, c’è quella con l’imprenditore edile Augusto Bianchini, per cui è cominciato oggi il dibattimento a Reggio Emilia. Di Bianchini, che Giglio dice di conoscere da oltre 10 anni, il pentito ha ricostruito incontri e rapporti d’affari con figure apicali del gruppo emiliano, come Michele Bolognino o Alfonso Diletto. Rapporti in cui Giglio interveniva, in quanto ‘esperto’ di fatturazioni. Per Bianchini, mette a verbale, “era importante una cosa, la superfatturazione che lui faceva anche quando l’azienda si trovava di non poter pagare quelle fatture”. Una volta, racconta il pentito “mi sono proprio dimenticato l’impegno che avevo preso con lui e poi ci sono andato il giorno dopo, questo me lo rimproverò perché mi disse: ‘Guarda Giglio, cioè no… quando tu prendi un impegno su questa cosa devi… perché sai, per prendere i lavori bisogna oliare‘ proprio così mi disse ‘e se non olio non…”. Il Pm allora domanda se a lui questi soldi servivano per pagare tangenti: “Esatto!”, risponde Giglio, “ma come un po’ per tutti, per le aziende”. Un concetto su cui torna dopo, spiegando il meccanismo: “Perché se il lavoro era cento reale, Bianchini magari si è fatto fare centoventi di fatture, centotrenta”. Non l’Iva, perché “il Bianchini l’Iva te la lascia. Gli serviva l’imponibile per oliare. Lui chiamava così, cioé bisogna oliare, oliare se no i lavori non arrivano”. “Ma lei sa chi?”, domanda il Pm. “No – risponde Giglio – nomi non me ne ha mai fatti”.

 

(ANSA)

 

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