Solchi, le sedici declinazioni del groove secondo Godblesscomputers

9 set. Lorenzo Nada, producer ravennate di stanza a Bologna, è uno dei più quotati talenti nostrani della scena elettronica contemporanea. Il suo secondo LP Plush And Safe, pubblicato due anni fa, aveva contribuito a mettere sulla mappa internazionale questo nome un po’ bizzarro, Godblesscomputers, divenuto in breve tempo sinonimo e garanzia di produzioni piuttosto riconoscibili, caratterizzate da un sound molto etereo e malinconico.

Dopo diverse anticipazioni circolate in estate e la première della settimana scorsa di ‘Just Slow Down’ su Complex, è uscito ieri il suo nuovo album Solchi: questa terza prova, dallo spettro cromatico decisamente più caldo ed eterogeneo rispetto ai precedenti lavori, conferma il produttore bolognese come uno dei nomi più interessanti del panorama elettronico italiano. In occasione del suo DJ set di questa sera a Sciami Festival alla Velostazione Dynamo abbiamo chiacchierato con Lorenzo della genesi di questo ultimo disco, nato da un vasto caleidoscopio di influenze (sampling, hip hop, chitarre jazz, synth analogici) il cui minimo comune denominatore è – essenzialmente – il groove.

Partiamo dal titolo dell’album, Solchi
È un disco che parla del tempo, una sorta di percorso tra varie tappe della mia vita legate alla musica. Parla del mio rapporto con la musica legato prima all’infanzia, poi all’adolescenza: solco, quindi, come una traccia, una scia che lasci nel tuo percorso. Allo stesso tempo, ovviamente, sono anche i solchi dei dischi che mi hanno sempre accompagnato nella mia vita. È un titolo che si presta a questa doppia lettura.

Com’è nato il concept di questo disco?
L’album è nato da dei ritrovamenti di cassette nella soffitta di casa dei miei genitori: ho trovato alcune registrazione mie da piccolo, mi divertivo molto, e prima di me si divertiva mio padre a registrarmi, quando ero proprio neonato… Ho trovato, poi, anche nastri risalenti ad un periodo successivo della mia vita, quando regalavo le cassettine agli amici con dei mix improvvisati. Questi ritrovamenti mi hanno aperto un mondo di ricordi che sottendono un po’ tutto l’album.

Ascoltando il disco, effettivamente, si ha spesso la sensazione di stare assistendo ad una narrazione molto intima. Come hai detto tu spesso nell’album ci sono questi sample di vinili polverosi, questi nastri: pur mantenendo la riconoscibilità delle tue produzioni, rispetto al passato è un sound molto caldo…
Attraverso il mio percorso ed il mio modo di utilizzare alcuni strumenti – i campionatori, le tastiere – sono riuscito negli anni ad ottenere il mio suono… Ad essere sincero è difficile descrivere a parole questo suono, come mi sento. È una cosa quasi naturale, fa parte di un percorso, che non è nemmeno troppo meditato. Quando mi chiudo in studio a fare musica partendo da sensazioni, da qualcosa che voglio narrare, attraverso i suoni, e talvolta anche attraverso alcuni brani cantati: in questo disco c’è ne qualcuno più rispetto ai miei lavori precedenti.

Che tipo di setup hai utilizzato per realizzare questo album, e che differenze ci sono con i tuoi lavori precedenti a riguardo?
Con l’andare avanti degli anni ho accumulato molti strumenti, tastiere, cose che ho utilizzato anche solo per questo disco… Ma in realtà la differenza principale rispetto al passato è che in questo album sono presenti molte più collaborazioni con altri produttori o musicisti: Giulio Abatangelo dei Klune (che è anche presente nella formazione dal vivo), Francesca Amati degli Amycanbe, Paolo Baldini, Inude, Ricky Cardelli dei Funk Rimini, Forelock.

Come sono nati i tanti featuring dell’album?
Principalmente dalla stima reciproca. Mi piace molto collaborare con persone di cui apprezzo il lavoro e che ricambiano: ho dei rapporti  di amicizia o comunque di stima con tutte le persone che ho coinvolto nel disco, per cui è stato molto naturale lavorarci. Credo sia molto più semplice collaborare quando hai un rapporto che va al di là della stima artistica: parlo di un rapporto umano, una sintonia che si crea passando del tempo insieme, cercando di capire quali siano gli intenti e i gusti…

Continuando a parlare di altri altri artisti: il disco inizia con ‘Brothers’, che ha un intro che ricorda molto ‘Sleep Sound’ di Jamie XX. Un’influenza, questa, che ritorna anche nell’uso dei samples e nella presenza costante del groove. Sia nei brani a Bpm lento che in quelli più andanti si ha sempre questa forza motrice molto presente… Quali sono stati gli artisti o le influenze che credi abbiano plasmato maggiormente Solchi in questi anni?
Negli ultimi due anni, ovvero durante il periodo della genesi di questo disco, non ho ascoltato tantissima elettronica o musica strumentale. Ci sono tante cose che mi piacciono, ma negli ultimi anni sono in un mood di ascolti molto diverso: in questa fase ascolto tanta musica vecchia, un sacco di hip hop. Credo che in alcuni episodi si sentano anche questi ascolti nel disco…

Certo, ci sono delle venature molto black e ricche di groove, come dicevo prima. Lorenzo, la tua è un’elettronica abbastanza sofisticata, non proprio musica per le masse, diciamo. Tuttavia questa mattina aprendo Spotify ho visto il tuo nome in alto nelle playlist delle nuove uscite italiane, ed in questi giorni si parla del tuo disco un po’ dappertutto. Nel nostro paese fare musica che non sia strettamente aderente all’architettura della forma canzone nel senso classico del termine è sempre ostico, mentre mi sembra che tu stia andando molto bene. Quali sono le tue aspettative per questo album?
La musica strumentale, soprattutto in Italia ma credo anche nel resto del mondo, è sempre un po’ penalizzata rispetto al cantato. Proprio perché tu dici che è un disco non necessariamente legato a un sound locale o italiano – anche perché si tratta di un disco prettamente strumentale o comunque cantato in inglese, e quindi potenzialmente ascoltato ovunque – le mie aspettative sono che non venga recepito solo in Italia ma anche all’estero, insomma. Anzi, sarebbe pure bello andare a suonare fuori, cosa che ho fatto in passato.

Ascolta l’audio dell’intervista a Godblesscomputers ai microfoni di Afa.

Luca Lovisetto

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