“Se un servizio è a misura di bambino è a misura di tutta la città”

Una cosa sembra emergere dalla vicenda del piccolo Devid: aldilà delle singole inefficienze dei servizi pubblici, aldilà della nostra indifferenza e aldilà delle squallide strumentalizzazioni (per fortuna poche) a cui si è lasciato andare qualche politico.
Che la distanza che separa la città che eccelleva per l’innovazione dei suoi servizi pubblici, e la città in cui ci si guarda tutti in faccia attoniti dopo che un bimbo è morto in piazza Maggiore, nonostante fossero noti i problemi dei genitori, è enorme.

Per colmare questa distanza non serve scannarsi livorosamente sul rimpallo delle responsabilità, né serve guardare solo all’indietro nel nostalgico ricordo di una fantomatica “età dell’oro” che non è mai esistita.

“Se un servizio è a misura di bambino è a misura di tutta la città”. La frase che dà il titolo a questa a riflessione era di un caro amico, Nino Loperfido, una persona eccezionale, che ha avuto un grande ruolo nel costruire quei servizi sociali ora da tutti rimpianti.
Noi possiamo anche discutere per giorni, settimane o mesi su come debbano essere riorganizzati questi servizi, con quante risorse e come debbano essere gestiti, ma questo sforzo sarà del tutto inutile se non si sedimenta all’interno della nostra coscienza una convinzione profonda: che quello che stiamo facendo non è una mera operazione di buona amministrazione e di ottimizzazione di un  servizio pubblico. Soprattutto che quello che stiamo facendo non riguarda “gli altri”, ma riguarda noi stessi.

L’intuizione geniale di Nino, e di altri come lui, era fortissima e assieme di una semplicità straordinaria: e cioè che “alle politiche sociali spetta cercare di migliorare le relazioni umane e quindi rimuovere gli ostacoli alla buona crescita delle persone” poiché “intervenendo sull’infanzia e sull’adolescenza, sulle relazioni familiari e scolastiche si va alla radice di molte malattie..”

Dov’è dunque il nesso da cui ripartire? Sta nel fatto che le politiche sociali non riguardano “gli altri”. Non sono espressione di una patetica carità compassionevole, come le hanno volute trasformare da anni coloro che parlano di “aiutare i meno fortunati”. Non sono riferite a chi è catalogato come borderline, né ai devianti, né alle marginalità diffuse o ai drogati, a tutto quel “mondo della sfiga” a cui mentalmente ci si accosta quando si pensa a un servizio sociale pubblico.

Le politiche sociali sono materia viva che serve “a noi” per migliorare le nostre relazioni umane, che devono tenere insieme tutto, chi sta bene, chi sta male, e chi sta peggio. Le buone politiche sociali sono investimenti fondamentali per far crescere una società sana. Così come per un organismo individuale è doveroso prendersi cura di sé, lo stesso, a maggior ragione, accade per una comunità, per una società complessa. Nella medicina cinese, il dottore eccellente non è quello che cura, ma quello che mantiene i pazienti sani: la malattia è già un segnale dei propri umani fallimenti e la medicina non è che il tentativo di rimediare un guaio che non si è stati capaci di individuare per tempo .

Non ci sentiamo di affermare che la morte di Devid sia una “colpa esclusiva” di qualcuno in particolare, per quel che ha fatto o non ha fatto. Da questi eventi, nella loro drammaticità, bisogna cercare di trarre altre motivazioni.
E’  imprescindibile ripensare per la città una nuova “grande opera” che non sia fatta di cemento ma di relazioni umane. Un investimento che da qualcuno sarà giudicato costoso, ma non dobbiamo “farlo per gli altri”, dobbiamo farlo per noi, perché “noi” e “gli altri” siamo la stessa cosa.

Paolo Soglia

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2 commenti

  1. Comletamente condivisibile, i toni sono questi ed è questo il modo in cui vorrei sentire ogni tanto le notizie.
    Sono un genitore sofferente delle scuole Manzini di Bologna, io sto soffrendo per l’abbandono, l’abbandono pilatesco delle istituzioni, leggo i giornali , Repubblica che oggi sfrutta l’onda delle notizie ( Serra ci sei?) quella che fa accadere stupri ad opera esclusiva di extracomunitari, quella che fa accadere infanticidi ad opera di genitori, quella degli asili degli orroi ( poco importa se dopo quasi tutti i processi in questi ultimi casi si risolvono con assoluzioni). Uso il verbo accadere come estremo, poichè mi pare che il mondo sia sempre più videogioco e l’immaginario imposto da televisiopne e giornali abbia tolto la capacità di vedere che un bambino ha freddo a natale, come 2010 anni fa, e nessuna stalla lo accoglie e men che meno vedo Magi in giro.
    Nostro ( nostro di due genitori, ma anche della società) figlio soffre un’atroce nostalgia, le istituzioni scolastiche non hanno saputo rispondere alla precisa richiesta di presa di responsabilità dell’intera situazione, senza entrare nel merito della vicenda giudiziaria, avvallando un’agire che cattura la scuola nella morsa del: ” O rispondi alle mie esigenze, o invece di esporre i dubbi, confrontarmi, discutere e coinvolgere il gruppo genitori, insegnati, referenti e dirigenti io orpero come TV insegna…denuncio”
    LA relazione umana in questi contesti muore e i bambini vivono di relazioni umane.

    Comment by baldassarre on 13/01/2011 at 10:07

  2. Bravo Nino. E bravo Soglia che lo hai ricordato.

    Comment by mauro sarti on 15/01/2011 at 22:52

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