Scienze politiche. Tra gli studenti: “Due scritte non sono il problema dell’università”

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Una delle scritte ancora visibili nel cortile di Palazzo Hercolani

Bologna, 21 mag. – “Penso che dopo 25 anni di occupazione sia il minimo, anche se lo considero un suicidio assistito dal punto di vista politico“. Ci sono anche voci fuori dal coro d’indignazione che si è scatenato contro gli occupanti dell’Aula C, dopo che muri statue e colonne di palazzo Hercolani sono state riempite di scritte, a cavallo tra la notte di venerdì e sabato. “Il sequestro dell’aula è stato immotivato, non era cambiato niente rispetto agli anni passati – dice uno studente che preferisce rimanere anonimo – ciò che è cambiato riguarda la forte volontà politica di criminalizzare lo spazio, fomentata dai giornali. L’aula è stata attraversata sempre da persone diverse. Non c’erano buoni motivi per sgomberarla”.

 

Oggi sono rimasti pochi graffiti nel cortile della facoltà di scienze politiche e le scritte “L’aula odia. La polizia non può sequestrare” e “Meglio teppisti che infami” non ci sono più. Ma le polemiche continuano e tra gli studenti le opinioni sono molteplici. Come quella di Ivo, che lancia dai nostri microfoni un j’accuse all’università: “Le scritte potevano essere evitate. L’università sapeva di questa manifestazione e venerdì alle cinque gli addetti hanno mandato via gli studenti dalle aule studio della facoltà. Bastava chiudere il portone e si sarebbe evitato lo scandalo”.

 

Mentre Giosué, uno degli operai chiamati per ripulire i graffiti, sale e scende dalla scala appoggiata a una delle colonne del cortile, pennello alla mano, Giulia è seduta lì vicino. “Non mi piace parlare al microfono – dice, ma poi aggiunge – L’aula C era qui da 25 anni. Il sequestro è stato fatto esclusivamente per motivi politici“. Sull’imbrattamento della facoltà non è d’accordo, però specifica: “La gente si scandalizza facilmente, ma non è un danno così grave, si ripuliscono con poco. L’attenzione mediatica che si è creata è funzionale alla criminalizzazione delle persone che attraversavano lo spazio”.

Poi ci sono Beatrice, Anna, Piera e Tommaso che comprendono le ragioni della protesta, ma ritengono non condivisibile il modo in cui è stata messa in atto: “Non c’è mai una scusa per deturpare un palazzo storico. Credo in mezzi di protesta diversi”.

 

di Martina Nasso

 

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