Salvini sindacalista attacca Curia e migranti

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Bologna, 17 sett. – Uno stabilimento Faac nel bergamasco che chiude e delocalizza in Ungheria, i sindacati divisi che non riescono a salvare il posto ai 50 lavoratori, la proprietà aziendale che fa capo alla Curia di Bologna, la Chiesa dunque, quella che chiede di aprire le porte ai migranti. E’ dentro questa storia che si inserisce Matteo Salvini, in visita lampo sotto le Due Torri assieme a 5 operai dello stabilimento Faac di Grassobbio, nel bergamasco, che – così dicono loro – parlano a nome degli altri 45 colleghi in cassa integrazione e a breve in mobilità, senza lavoro quindi.

In piazzetta Prendiparte, dietro la sede della Curia, Salvini attacca il sindaco Merola (“una calamità naturale”), lancia la sua candidata Lucia Borgonzoni, e chiede un incontro con l’Arcivescovo Caffarra per far rientrare la delocalizzazione decisa da tempo dai vertici aziendali, magari utilizzando gli utili aziendali nell’operazione del salvataggio. E ovviamente, perché questo è il suo cavallo di battaglia, tira fuori la questione dell’accoglienza ai migranti.

A vedere lo show di Salvini una ventina di militanti e sei bandiere, e quando un operaio della Faac di Grassobbio prende parola, un bolognese venuto a vedere il leader leghista si inserisce nell’intervista chiedendo di “mandare a casa il segretario negro di Salvini”, probabilmente riferendosi a Talla Diop, attivista di origine senegalese che nella Lega si occupa di immigrazione.

“Il problema è che tutti parleranno di Salvini e nessuno degli operai”, commenta la Fiom di Bergamo che tempo (inascoltata) ha lanciato l’idea di fare una manifestazione unitaria davanti alla Curia bolognese. La domanda che fa Fulvio Bolis, dirigente del sindacato di Landini, è questa: “Se non ci fosse stata la Curia di mezzo, quella che apre le porte ai migranti, Salvini si sarebbe scomodato per una delle tante delocalizzazioni del bergamasco?”

La versione della Faac. L’accordo sulla fabbrica di Grassobbio, spiega l’azienda in una nota, è stato siglato “con il pieno consenso tra il management e tutte le organizzazioni sindacali”, non prevede licenziamenti “bensì la Cigs con integrazione salariale a carico dell’azienda e un contributo economico per ciascun dipendente che dovesse essere assunto da altro imprenditore”. La Fiom però prende le distanze da un accordo, sottolinea Bolis, “che è stato votato a maggioranza dai lavoratori ma non da noi perché non garantiva i posti di lavoro”.

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