Renzi chiude la Festa de l’Unità tra contestazioni e manganellate

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Bologna, 3 mag – “Non siamo come Dorando Pietri, non ci fermeremo ad un passo dal traguardo“. Dal palco della Festa nazionale de l’Unità in Montagnola, il segretario del Partito Democratico Matteo Renzi ha citato lo sfortunato maratoneta modenese per dire che il suo governo andrà avanti, fino alla fine. “Non ci interessa il nostro futuro ma quello dell’Italia” ha urlato ai duemila (tremila dirà in serata il Pd bolognese) che hanno riempito la rotonda dedicata ai Caduti di Nassiriya al centro del parco, difeso da centinaia di agenti in tenuta anti sommossa in funzione anti-contestatori. Nonostante l’ingente spiegamento di forze, una ventina di persone, insegnanti e precari della scuola, è riuscita a confondersi tra la folla e non appena Renzi ha iniziato a parlare, lo ha contestato. Fuori, una violenta carica della polizia ha fatto tre feriti tra gli attivisti dei collettivi che volevano “sfiduciare Renzi”.

Il discorso

“Siamo chi siamo, siamo arrivati qui come eravamo”: è sulle note di Ligabue che Francesco Critelli, segretario bolognese del Pd, Stefano Bonaccini, segretario regionale uscente e presidente di Regione, e Matteo Renzi, presidente del consiglio e segretario nazionale, salgono sul palco tra le urla festanti dei militanti. In duemila, tremila secondo il partito, arrivati da ogni angolo della regione per sentire lui, “Matteo”. Giovani e meno giovani, militanti storici e nuove leve, molte le bandiere, ancora di più gli smartphone.

Il segretario Critelli ha assicurato al segretario-presidente che il Pd bolognese è “a disposizione della comunità del partito“. Tradotto: anche se qui in passato siamo stati cuperliani e un po’ freddi con il renzismo, ora siamo con te e lavoriamo per l’unità del partito. Renzi incassa sornione.

Poco dopo tocca a Bonaccini. Il presidente della regione, com’è nel suo stile, parte a testa bassa contro i contestatori: “Venite qui a contestarci perché siamo l’unico partito che organizza cose bellissime”. Si dice pronto, comunque, al dialogo; assicura che in Emilia Romagna aumenteranno i finanziamenti alla scuola pubblica; assicura che Viale Aldo Moro si costituirà parte civile “in tutti i processi che dovessero esserci per mafia”. “Voglio essere ricordato- dice Bonaccini- come colui che ha proseguito la ricostruzione post terremoto iniziata da Vasco Errani”, prima di invitare i militanti a fare una gita a Milano: “Andate all’Expo. E’ bellissima, è straordinaria”.

Grazie alle volontarie e ai volontari della festa dell’Unità di Bologna. Oh, se fossero tutti come voi, le feste le faremmo dappertutto, Anche in Toscana ci tocca imparare da voi”. Esordisce così il segretario nazionale, gratificando i suoi, tutti i suoi. Che rispondono in estasi: “Matteo, Matteo”. “Vai a casa” urla nelle prime fila una ragazza di Rifondazione Comunista. Poco più lontano, alcuni precari della scuola srotolano due striscioni e, fischietti in bocca, danno fiato alla loro protesta contro la Buona scuola, il progetto di riforma targato Renzi contro cui martedì 5 i sindacati della scuola saranno in piazza. La protesta indispettisce la platea: volano insulti, qualche spinta e qualche “sbandierata”. Le telecamere e i microfoni si spostano dal palco e cercano i contestatori: “Avvoltoi, non dategli spazio che altrimenti è peggio” urlano i piddini all’indirizzo della stampa.

Renzi no, lui non si scompone. “Non saranno tre fischi a fermarci. Abbiamo il compito di cambiare l’Italia, e la cambieremo” incalza il presidente del consiglio, che incassata la fiducia sull’Italicum, non ci pensa nemmeno lontanamente a fermarsi. “Mi hanno detto che non devo parlare di scuola, per non provocarvi. Ma io lo faccio lo stesso: daremo più soldi alla scuola pubblica senza dare a nessuno il diritto, con un fischio, di fermarci”. Parla di futuro, promette che prima della Festa nazionale di Milano il quotidiano l’Unità tornerà in edicola; cita la Resistenza: “I partigiani avevano l’orgoglio di aver dato un’occasione di libertà ai propri figli”. I fischi e le contestazioni, per quanto coperti dal potente impianto audio e dalle proteste dei militanti, non accennano a fermarsi. E allora Renzi attacca: “Continuerete a fischiare ma non inciderete sull’educazione dei nostri figli“. E poi ancora: “Non lasceremo la scuola nelle mani di chi urla. La daremo alle famiglie, agli insegnanti, agli studenti. Perché la scuola è di tutti, non solo degli organizzati”.

Finito il comizio, Renzi scende dal palco e si dirige tra gli stand. La gente gli si avvicina, lui distribuisce saluti, strette di mano, si concede a foto. Poi per oltre un’ora incontra, a porte chiuse, una delegazione di insegnanti contestatori. “Vedete che siamo pronti al dialogo” dicono poi dal Pd. “Ci hanno preso in giro” dicono al termine gli insegnanti delusi.

Le contestazioni

Sono centinaia gli agenti che sorvegliano tutti gli accessi al parco della Montagnola. Fin dal primo pomeriggio, vengono controllate le borse delle persone che entrano e i cancelli sono presidiati dai reparti mobili in tenuta anti sommossa. In via Irnerio si erano dati appuntamento i Cobas della scuola, in piazza XX Settembre i collettivi Tpo, LàBas e Hobo per la manifestazione intitolata “Sfiduciamo Renzi”. Era questa seconda la più temuta dalla Questura. In tutto, poco più di un centinaio di persone che, dopo un tentativo di ingresso dal Pincio, si è spostata in via Irnerio, all’angolo con lo Sferisterio, costringendo gli agenti a correre per tutto il perimetro della Montagnola e a cambiare continuamente schieramento.

Dopo alcuni minuti di fronteggiamento, condito con qualche uovo lanciato contro i cordoni della polizia e qualche fumogeno, quando manifestanti e agenti erano a contatto, è partita una carica. Molto decisa e violenta, come si vede nelle immagini. Il bilancio è stato di tre persone ferite che hanno dovuto ricorrere alle cure dei sanitari del 118: due per ferite alla testa, una terza per una spalla rotta. Durante la carica gli agenti della digos hanno fermato tre attivisti del collettivo Hobo. Identificati, sono stati denunciati per resistenza a pubblico ufficiale e, solo una, per porto di armi. “Mi era rimasto in mano il cordino di uno scudo” ha detto la giovane attivista una volta rilasciata.

Una piccola contestazione ha avuto luogo anche prima del comizio di Renzi, all’interno della festa. A farne le spese è stato l’ex sfidante di Renzi, Gianni Cuperlo. Accompagnato dall’ex segretario Andrea De Maria, Cuperlo è arrivato in Montagnola prima di Renzi. Il tempo di un giro per gli stand attorniato dai giornalisti e alcuni militanti lo attaccano: “Cosa ci fa qui? Vada via“. Gli rimproverano di non aver votato la fiducia al Governo sulla legge elettorale. “L’ho fatto per coerenza” dice ai cronisti. “Ma quale coerenza- replicano due sessantenni-, se sei fedele ad un partito voti con la maggioranza”.

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