Primavera Sound 2017: Day 2

Persian Pelican

Barcellona, 3 giu. – È un altro nome italiano ad aprire la nostra rassegna di oggi sul Primavera Sound FestivalPersian Pelican ha portato il suo “folk geneticamente modificato” sul palco del CCCB, nel centro della capitale catalana: un live sicuro, capace di giocare su mezzi toni e dinamiche, delicato e allo stesso tempo in grado di ingrossare il suono in maniera naturale e coinvolgente, quando necessario. La conferma di una maturità, in attesa delle prossime prove discografiche.

“Grazie per avere condiviso con me questo parcheggio”: le ultime parole di James Milne, meglio noto come Lawrence Arabia, sembrerebbero surreali. Ma il primo concerto visto ieri di cui vi parliamo, si è svolto effettivamente all’Heineken Hidden Stage, una delle tante “variazioni sul tema” che ormai da anni anima il programma del Primavera Sound di Barcellona. Nonostante il luogo insolito (ma più che noto ai frequentatori del festival), la band neozelandese è stata brillante sul palco: uno stile dolce e raffinato, tra rock e pop, mai banale nelle soluzioni e nei testi. E a questo proposito, la dolcezza di Milne ha raggiunto l’apice quando ha cantato una versione in catalano “Sweet Dissatisfaction”, la canzone sull’hangover contenuta nell’ultimo Absolute Truth.

Iosonouncane

Al Primavera c’è un fattore da tenere sempre in considerazione: anche i palchi più piccoli presenti al Parc del Forum sono enormi rispetto a quelli che calcano la maggior parte delle band in cartellone. Ciò può creare qualche grattacapo a musicisti e fonici, come è accaduto nei due live visti sui palchi Adidas e Pitchfork tra le 18 e le 19 di ieri. Il primo è stato quello di Iosonouncane: Jacopo Incani e i suoi musicisti hanno avuto l’onore di essere l’unica band italiana inserita nel programma ufficiale del festival e hanno riscosso successo, attirando un pubblico foltissimo, composto da molti connazionali, ma con tanti curiosi che hanno poi tributato alla band una lunga ovazione. Insomma, un bel concerto, tuttavia un po’ penalizzato dalla presenza eccessiva di bassi che hanno un po’ soffocato le voci. Poco dopo, invece, Mitski comincia il suo spettacolo con qualche evidente problema tecnico e non riesce a portare sul palco la varietà e l’originalità apprezzata su disco, lasciando un po’ di amaro in bocca e la sensazione dell’occasione un po’ sprecata.

Sampha (foto di Garbine Irizar)

Un discorso simile si può fare per Sampha: il musicista britannico ha gusto e raffinatezza e il suo Process ha convinto tutti, noi compresi. Almeno la prima parte del live, però, soffre di una certa monotonia, non solo dal punto di vista timbrico, ma soprattutto delle dinamiche: ci sono poche sfumature di volume, insomma, probabilmente anche perché – generalizzando – le produzioni odierne le tengono poco in considerazione, considerando l’ascolto spesso “rumoroso” e distratto che si fa della musica. Nella seconda parte, però, il concerto si anima, regalando un finale con una “(No One Knows Me) Like the Piano” suonata in solitaria e piacevolmente sospesa, grazie ad alcune variazioni armoniche rispetto alla versione su disco.

Mac DeMarco (foto di Eric Pamies)

E dopo il pathos di Sampha non c’è miglior contrasto rispetto a quello offerto dall’indie rock di Mac DeMarco: stralunato e “cazzone”, il musicista canadese alterna canzoni vecchie a quelle dell’ultimo My Old Dog, tra battute grevi, momenti di follia e di sano amore per le migliaia di persone per cui suona. Oltre alle canzoni, suonate bene, con leggerezza e grazia, il concerto è caratterizzato da un batterista completamente nudo, dalle incursioni situazioniste dei Whitney sul palco, tra percussioni non collegate ad alcun impianto di amplificazione e stagediving a comando, e dallo spogliarello finale, ma non integrale, dello stesso DeMarco. Un live leggero, divertente, sincero e diretto, che lascia tutti con il sorriso.

Run the Jewels (foto di Sergio Albert)

La delusione della giornata è data da The xx: sarà l’enorme palco Heineken sul quale si esibiscono, le migliaia di persone che spesso parlano e rumoreggiano, ma chi vi scrive si è goduto pochissimo il concerto della band britannica. Il trio sceglie di cominciare il set con suoni esili, elettrici e sussurrati, che purtroppo si perdono nell’aria della notte spagnola. Molte chiacchiere del pubblico sfilacciano una tensione che fa fatica a crescere e solo l’aumento dei volumi e dei colori nella seconda parte della scaletta, decisamente più elettronica, risolleva un po’ il concerto.

E gran finale con El-P e Killer Mike, ovvero Run the Jewels: ci avevano già impressionati due anni fa, ma i rapper (insieme al sempre validissimo DJ Trackstar) hanno aggiunto al loro arsenale non solo le canzoni del nuovo album, ma anche l’elezione di un presidente decisamente inviso ai due. Tra un pezzo e l’altro Trump viene preso di mira e sbeffeggiato, ma il fulcro del live è dato dalla bravura mostruosa dei tre sul palco: il pubblico è travolto dalla carica di basi e parole, sputate alla velocità della luce da due tra i più grandi talenti dell’hip-hop degli ultimi decenni, che chiudono il concerto proprio con una versione esplosiva di “Run the Jewels”.

Tag

Get the Flash Plugin to listen to music.