Primavera Sound 2016: Day 3

Selda Bağcan

Barcellona, 4 giu. – La sedicesima edizione del Primavera Sound entra nei suoi giorni più infuocati, quelli che vedono i nomi più di richiamo in cartellone. Ma la nostra giornata di concerti, ieri, è iniziata con il live di un signore della canzone, Ben Watt. Atteso anche l’anno scorso, metà degli Everything But the Girl si è portato sul palco Bernard Butler degli Suede alla chitarra e una sezione ritmica di grande prestigio, con musicisti che vantano in curriculum nomi come Talk Talk e Neil Cowley Trio. Le canzoni sono per lo più tratte dall’ultimo Fever Dream: niente per cui strapparsi i capelli, ma ogni tanto è bello abbandonarsi a una scrittura rock classica, eseguita da grandi professionisti.
A seguire, sullo stesso palco, il concerto più particolare tra quelli finora seguiti qua a Barcellona: protagonista assoluta Selda Bağcan, un nome che a molti non dirà nulla. Eppure si tratta di uno dei nomi più importanti della musica turca contemporanea: una carriera che veleggia verso il mezzo secolo, basata sulla reinterpretazione del patrimonio tradizionale, con tocchi rock and roll e psichedelici. Insieme ai Boom Pam (batteria, liuto, tastiere e tuba), Selda, che spesso è conosciuta semplicemente con il nome di battesimo, ha infiammato il pubblico, invocando pace e democrazia: per una che è stata imprigionata negli anni ’80 a causa del contenuto politico delle sue canzoni, un memento non da poco.

Radiohead

E poi, alle 2215 su uno dei palchi principali, davanti a una platea sterminata si sono materalizzati i Radiohead: la band è l’unica del cartellone del PS2016 ad avere due ore di spazio, che vengono usate per donare ai presenti un live che per ora si posiziona tra i migliori del festival, ma anche tra i migliori in assoluto di quelli a cui chi scrive ha avuto la fortuna e il piacere di assistere. L’inizio è tutto affidato ai nuovi brani: i britannici riescono a fare tacere migliaia e migliaia di persone con “Burn the Witch” e “Daydreaming”, rendendo immediatamente unica l’atmosfera. I visual moltiplicano le riprese della band stessa sul palco e si alternano a figure astratte, mentre Thom Yorke e i suoi riescono a gestire in maniera superlativa suoni, attitudini e canzoni. Il primo salto nel passato è affidato a “The National Anthem”, ma c’è anche il ripescaggio a sorpresa di “Talk Show Host”. I Radiohead suonano sempre meglio: il tocco di Phil Selway è raffinatissimo e gli arrangiamenti sono morbidi, pur rimanendo incisivi, e sfruttano senza effettacci i cambi dinamici. Dall’ultima volta che li abbiamo visti, a Bologna quattro anni fa, sembrano maturati, più consapevoli, ancora più capaci di donare al loro pubblico ogni più piccolo dettaglio delle loro canzoni e anche inni assoluti come “No Surprises”, “Paranoid Android” e “Karma Police” sembrano avere una nuova luce. Una scaletta che riprende vent’anni di grandissima musica si conclude dapprima con “Street Spirit” (più gentile e straziante del solito, senza però alcun ricatto emotivo); poi la band esce nuovamente per cinque pezzi, l’ultimo dei quali è “There There”. Ma il pubblico li chiama a gran voce. “Siete davvero carini”, ci dice Yorke. “Se mi riaccendete i cazzo di monitor, ne facciamo un’altra”, continua rivolto ai tecnici. E “un’altra” è “Creep”. Un finale scontato, dirà qualcuno: noi non daremo ascolto a queste inutili polemiche e ci culleremo per molto tempo nelle memorie di un live impeccabile.

The Avalanches

Il penultimo concerto della giornata è quello di una musicista che proprio i Radiohead hanno scelto come spalla per alcune delle date del tour mondiale di A Moon Shaped PoolHolly Herndon che l’anno scorso ha dato alle stampe uno degli album di elettronica più interessante degli ultimi tempi, Platform. Sul palco la musicista è insieme a due colleghi, uno dei quali punteggia ogni tanto il live scrivendo frasi sullo schermo che fa da fondale al palco Pitchfork su cui il trio si esibisce. “Siamo dal vivo, quindi può essere che scazziamo qualcosa: ma voi siete con noi, vero?”, dice una delle prime scritte che leggiamo: nonostante la serietà del lavoro della Herndon, il clima è molto più vario, divertente ed eccitante di quello che si possa pensare a un semplice ascolto dei suoi lavori in studio. La musica che ci viene proposta fa un uso molto interessante delle voci, che si rincorrono in sorte di canoni spezzati, ben sostenute da massicce frequenze basse e ritmiche mai banali. L’ora di set scorre veloce e la Herndon si dimostra uno dei nomi da tenere d’occhio del nuovo panorama elettronico: davvero davvero brava.
La giornata (ma sarebbe meglio dire la nottata) si conclude con un attesissimo ritorno, quello degli australiani The Avalanches: il loro Since I’ve Left You aveva destato scalpore nel 2000, quando era stato pubblicato. Lo formavano oltre 3000 campionamenti, che creavano una specie di vortice dance coloratissimo ed esilarante. Da qualche giorno la band ha annunciato l’arrivo di un nuovo album in luglio, Wildflower, e ha pubblicato un singolo intitolato “Frankie Sinatra”. In molti, prima che i musicisti prendano posto sul palco Ray Ban, si chiedono che tipo di live potrà mai fare una band che ha fatto la sua fortuna su una miscela (intelligentissima) di sample, ma ogni domanda viene polverizzata non appena partono le prime note dai giradischi e cdj che gli australiani hanno davanti. Che sia un djset o una performance di altro tipo, poco importa: migliaia di persone ballano su pezzi dentro ai quali riconosciamo frammenti di Bowie, musica brasiliana, Tullio De Piscopo (!), soul e R&B per un’ora di pura gioia. Si tratta del loro primo live dopo sedici anni e, che dire? Speriamo di non doverne aspettare altrettanti per rivederli e per danzare con loro.

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