Primavera Sound 2015: Day 3

Barcellona 31 mag. – E anche quest’anno è andata: sebbene il centro città ospiti concerti anche oggi, il nucleo centrale della quindicesima edizione del Primavera Sound sì è concluso all’alba di oggi con i tradizionali fuochi d’artificio che hanno dato appuntamento alla prossima edizione. Ecco quello che abbiamo visto e ascoltato ieri.

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American Football

Cominciamo da due conferenza stampa: la prima, brevissima e inaspettata, degli American Football. La band statunitense, che ha firmato un disco e un ep alla fine degli anni ’90 per poi smettere ogni attività, è tornata prima per un live negli Stati Uniti, un paio di anni fa. “Poi i concerti sono diventati due, dieci, venti, ed eccoci qua”, hanno raccontato ai (pochissimi) giornalisti presenti Mike e Nate Kinsella, Steve Lamos e Steve Holmes (nella foto sopra). All’ovvia domanda su un possibile nuovo disco è stato risposto in maniera divertita ed evasiva: “Stiamo riflettendo sull’idea del pensiero di farlo”, e riguardo a un possibile concerto in Italia la band ha detto, sorridendo: “Invitateci!”, prima di lasciare il posto sul divano della sala stampa a una delle star della giornata, Tori Amos, al suo primo concerto in assoluto in Spagna. Affabile e intensa come sempre, la musicista si è intrattenuta con noi più del previsto, forzando l’etichetta: “Ancora due domande, mi sto divertendo”, ha detto a uno degli organizzatori. Trovate tutta la conferenza stampa (in inglese) nel video qua sotto.

Il primo live della giornata è stato proprio quello degli American Football: sotto il palco Pitchfork un pubblico caldissimo, che non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie, visto lo status di culto che ha il quartetto di Chicago, autore di un post rock raffinato e commovente. Occhi lucidi e dita puntate al cielo quando la band ha suonato, uno dopo l’altro, praticamente tutti i pezzi del suo repertorio, senza un’incertezza, un errore, un’esitazione. Un live impeccabile da ogni punto di vista, uno dei momenti emotivamente più intensi di tre giorni di manifestazione.

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Tori Amos

Poi è toccato a Tori Amos: la musicista del North Carolina, da sola sul palco Ray Ban, si è alternata tra il suo amato Bösendorfer a coda, un synth e un organo Hammond, ma con qualche sorpresa, come una bella cover di “In Your Room” dei Depeche Mode, una versione cupa e tinta di elettronica di “Cruel”e la prima esecuzione solista in assoluto di “Code Red”. A più di vent’anni da debutto, la Amos dimostra una padronanza totale di voce e strumento: peccato solo per la conclusione del live, affidata a una “Raspberry Swirl” che ha esagerato un po’ sul versante dance e una ovvia “Cornflake Girl” suonata su una base identica alla versione su disco.

torres

Torres

Siamo quindi tornati al Pitchfork per una delle rivelazioni del festival: fresca del secondo album in studio, Sprinter, Mackenzie Scott, in arte Torres, ha conquistato il pubblico con solo voce chitarra elettrica. Purtroppo si è ripetuta una situazione simile a quella verificatasi venerdì con Tobias Jesso Jr., ma la giovanissima musicista della Georgia (nonostante l'”invasione” della musica proveniente da altri palchi) è rimasta concentratissima sulle sue canzoni, suonate e cantate (che voce!) con una passione e una fisicità fuori dal comune. Una straordinarietà che ha dimostrato anche in un’intervista che abbiamo realizzato con lei e che presto sentirete in onda e sul sito: teniamola d’occhio, è davvero un fenomeno. E chissà che prossimamente non arrivi a suonare anche dalle nostre parti.

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Unknown Mortal Orchestra

Nuovo disco anche per gli Unknown Mortal Orchestra, ed ennesimo live da ricordare. Il bello della band, capitanata dal geniale Ruban Nielson, è che è difficilissima da etichettare: la psichedelia dei primi album si tinge, nell’ultimo Multi-Love di funk e r’n’b e il risultato è stupefacente. Un concerto tiratissimo in cui sembrava che Syd Barrett duettasse con Stevie Wonder, creando un mix unico e potente, che ha reso credibile nel 2015 anche un assolo di batteria e uno di tastiera. Semplicemente esplosivo.
Altrettanto divertente il concerto di Dan Deacon al Ray Ban: splendidi giochi di luci hanno avvolto un pubblico numerosissimo che si completamente affidato alle mani dell’autore di Gliss Riffer, ultimo titolo di una discografia raffinata ed eclettica. Grazie al contributo del possente batterista Dave Jacober (letteralmente una macchina umana che non ha mai smesso di picchiare sulle pelli per un’ora), Deacon ha messo in piedi uno spettacolo elettronico in cui la musica e gli intermezzi avevano uguale importanza. Ha diviso il pubblico, l’ha fatto ballare all’interno di cerchi creati in mezzo alla platea, ha sparato battute a raffica con una sagacia e un senso dell’entertainment eccezionale. Se dovesse capitarvi l’occasione di vederlo dal vivo, non perdetelo.

theeohsees

Thee Oh Sees

Saranno presto al Beaches Brew Festival, ma abbiamo comunque voluto vedere i Thee Oh Sees sul palco ATP: due batterie e due chitarre, come d’ordinanza, per una band che ha definito in vent’anni un modo personalissimo di declinare il garage, mischiandolo con molta psichedelia e tutta la lezione del punk, pre e post. John Dwyer e soci (tutti reclutati nell’ultimo anno o poco più) hanno suonato per un’ora di fila senza quasi mai fermarsi: hanno sfruttato bene un repertorio ormai decisamente vasto, componendo una scaletta che non ha annoiato mai. Anche in questo caso il consiglio è di non mancarli.
Al secondo album, gli inglesi Hookworms sono ormai una realtà affermata, più in patria che altrove: ed è un peccato, perché la band, che ha pubblicato il secondo disco The Hum alla fine del 2014, è potentissima. Anche in questo caso quello che abbiamo visto sul palco dell’Adidas Originals è stato un intelligente melange stilistico: c’è chiaramente la psichedelia e il post punk, ma l’abrasività delle chitarre e della voce del cantante non può che ricordare un certo hardcore statunitense. Non a caso i musicisti (rigorosamente part time, visto che tengono moltissimo ai loro lavori e alla loro vita “normale”) hanno indicato tra i padri putativi i Fugazi. Davvero esplosivi e urticanti.

E nel frattempo si sono fatte le tre e mezzo del mattino: l’idea è quella di dire addio al PS2015, ma veniamo rapiti da una canzone che ben conosciamo, “Odessa” di Dan Snaith, meglio conosciuto con il nome di Caribou. Il richiamo ha fatto effetto sulle migliaia di persone che si riversano al Ray Ban Stage per quello che sarà il (nostro) ultimo concerto del festival e l’ennesima conferma dell’immensità del live del musicista canadese. Sebbene visto per metà, rimarrà uno dei concerti da ricordare di questa edizione del Primavera: un finale splendido che condividiamo con voi con il video quassù.

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