Praticante in aula con l’hijab. Il giudice la fa uscire

Bologna, 17 gen. – “Chi interviene o assiste all’udienza non può portare armi o bastoni e deve stare a capo scoperto e in silenzio”. E’ la scritta su un foglio davanti ad un’aula del Tar di Bologna dove questa mattina ad una giovane praticante avvocato che indossava il velo hijab è stato chiesto dal giudice di toglierselo, oppure uscire. Secondo quanto riferito da alcuni presenti la giovane, marocchina, a quel punto si è rifiutata di scoprirsi il capo e si è allontanata.
“Il presidente non intende rilasciare dichiarazioni”. Lo ha detto ai giornalisti presenti al Tar di Bologna una segretaria d’udienza riferendosi al presidente della seconda sezione del tribunale amministrativo, Giancarlo Mozzarelli, il giudice che questa mattina ha invitato una giovane praticante marocchina a uscire dall’aula, perché indossava lo hijab, il velo che copre solo la testa. La porta dell’aula intanto rimane chiusa e all’interno proseguono le udienze.

La ragazza è una marocchina di 25 anni, praticante dell’ufficio legale dell’università di Modena e Reggio Emilia, ateneo in cui si è laureata. Chi la conosce riferisce che ha partecipato a varie udienze in diversi tribunali italiani, sempre indossando lo hijab, il velo islamico che lascia scoperto il viso, e non ci sono mai stati problemi prima di questa mattina.

Le reazioni degli avvocati. Una posizione inconcepibile ed in contrasto con i principi costituzionali. Alla giovane collega vanno la nostra solidarietà ed il pieno sostegno. Ad affermarlo il Presidente della sezione bolognese della Associazione Italiana Giovani Avvocati (Aiga) Paolo Rossi, in merito al diniego opposto dal Giudice del Tar Emilia-Romagna alla partecipazione all’udienza della giovane praticante, perché indossava il velo. “Un fatto grave – continua Rossi – perché avviene in una aula di Tribunale dove dovrebbe affermarsi il primato della legge su ogni altra valutazione di natura diversa, sia culturale che tradizionale. In un caso analogo peraltro il Csm ha già avuto modo di chiarire, in risposta ad un quesito del 22 febbraio 2012, che «nell’esercizio dei poteri di direzione e di organizzazione dell’udienza deve essere garantito il pieno rispetto di quelle condotte che costituiscono legittimo esercizio del diritto di professare la propria religione, anche uniformandosi ai precetti che riguardano l’abbigliamento ed altri segni esteriori». Una indicazione coerente con i principi della Costituzione, che questa mattina sono passati purtroppo in secondo piano rispetto ad una interpretazione delle norme processuali quantomeno discutibile. Ci auguriamo che episodi come questo non si ripetano più e  che siano, anzi, occasione per una riflessione più ampia sui temi dell’integrazione nel nostro Paese. Riflessione alla quale, come Associazione dei giovani avvocati, contribuiremo anche attraverso la promozione di convegni e momenti di approfondimento già dai prossimi giorni”.

La comunità islamica. “Urge che le autorità competenti facciano chiarezza”. Lo dice Yassine Lafram, coordinatore delle comunità islamiche di Bologna, commentando il caso di Asmae Belfakir, la praticante marocchina di 25 anni che un giudice del Tar ha fatto uscire dall’aula, perché indossava il velo. Per Lafram “non esistono leggi che vietano di portare il velo in un tribunale”. Il giudice, prosegue, “ha detto che si tratta del rispetto della nostra cultura e delle nostre tradizioni”, ma questa, secondo il responsabile delle comunità “è un’arbitraria posizione che vuol giustificare il provvedimento. Una giustificazione che non trova ragione in nessuna legge, tantomeno nella Costituzione, che anzi, tutela la libertà religiosa (tra cui l’abbigliamento)”.

Le reazioni della politica. A stigmatizzare la decisione del giudice di Bologna è Liberi e Uguali.  Per la formazione di Grasso prendono la parola Cathy La Torre e Giovanni Paglia, rispettivamente Responsabile Nazionale Diritti e deputato di Sinistra Italiana. “Portava il velo e questo, secondo Mozzarelli, avrebbe offeso la cultura e la tradizione del nostro paese. A tale proposito notiamo con preoccupazione che Mozzarelli non conoscesse un parere del Csm del 22 febbraio 2012 che va in senso contrario alla sua decisione – riportiamo dalla citata delibera: ‘fermo restando che spetta al giudice la direzione dell’udienza e l’applicazione delle relative norme, nell’esercizio dei poteri di direzione e di organizzazione dell’udienza deve essere garantito il pieno rispetto di quelle condotte che – senza recare turbamento al regolare e corretto svolgimento dell’udienza – costituiscono legittimo esercizio del diritto di professare la propria religione, anche uniformandosi ai precetti che riguardano l’abbigliamento ed altri segni esteriori’ – e che abbia invece inteso non rispettare la dignità di una giovane aspirante avvocata, impegnata sul fronte dei diritti (l’udienza era sul tema degli appalti). Noi credevamo che in Italia valessero la legge e la Costituzione, che garantiscono il rispetto della fede di ognuno e l’uguaglianza di tutti i cittadini. Perciò auspichiamo che Mozzarelli non solo si scusi con Asmae bensì la inviti a poter assistere, ogni volta che vorrà, alle udienze presso il TAR. Non può esserle vietato l’insegnamento o l’apprendimento della pratica forense né le si può chiedere di scegliere fra l’apprendimento e la sua religione”.

“Chi critica il presidente della seconda sezione del Tar di Bologna per aver richiesto ad una dottoressa in legge che doveva partecipare ad una udienza di camera di consiglio di togliersi il velo islamico che pur le lasciava scoperto il viso evidentemente non conosce l’art. 129 del codice di procedura civile che per l’appunto prevede che ‘Chi interviene o assiste all’udienza deve stare a capo scoperto'”. Lo scrive in una nota Galeazzo Bignami, capogruppo di Forza Italia nell’assemblea legislativa della Regione Emilia-Romagna. “Si potrà valutare opportuna o meno questa disposizione, ma esiste, è vigente ed efficace. Il resto sono polemiche pretestuose fatte da chi cerca sempre un modo per mortificare chi afferma il valore della legge anche quando questa appare a qualcuno retaggio di una identità culturale che in troppi vorrebbero annacquare. Il presidente della sezione quindi non ha esercitato alcuna scelta, ma ha semplicemente applicato le leggi”, ha aggiunto Bignami.

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